Un Parco nazionale nelle fabbriche abbandonate. Succede a Lowell, Massachusetts, la città degli (ex) diecimila telai

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Un parco nazionale su… una crisi industriale. Forse può succedere solo in America che dal crollo di un intero settore produttivo, con il triste corollario di fabbriche dismesse e degrado, nasca una storia di tutela, documentazione e, quindi, apertura al pubblico. Solo negli Stati Uniti perché laggiù il non mai abbastanza ammirato National Park Service è una macchina culturale senza eguali, capace di prendere sotto la sua ala e valorizzare — nel senso più pieno — tutto ciò che merita di esserlo. Rendendo così “heritage”, patrimonio, tutto ciò che tocca. Compresa la fine di una città-fabbrica fondata sulla lavorazione del cotone.

Così eccoci qui a Lowell, Massachusetts, nel Visitor Center dell’omonimo National Historical Park, nel pieno centro della città. Diciamo subito che Lowell non era nata per essere una patinata città turistica e infatti non lo è. Lowell nacque come esito della sconfitta della visione agreste del futuro americano patrocinata da Thomas Jefferson e costituì il primo, grande esperimento di costruzione di una comunità industriale negli Stati Uniti.

La legge della campana. Tutta la città è segnata da tabelloni descrittivi (foto Berchi)

Come si può leggere nei grandi pannelli introduttivi del centro visite, la città prende il nome da Francis Cabot Lowell, capostipite di una gruppo di capitalisti che intuirono le potenzialità del mix tra l’energia fornita dal dislivello delle cascate Pawtucket sul fiume Merrimack e quella messa a disposizione dalle braccia di migliaia di operai. Tra i quali, per la verità, le più numerose erano le donne, le mill girls. Era la loro forza lavoro a trasformare il cotone grezzo proveniente dal Sud schiavista in milioni di metri di stoffa. Nel 1850 Lowell era la seconda più grande città del Massachusetts con 30mila abitanti, di cui 10mila operai e operaie in dieci enormi stabilimenti tessili in cui “battevano” diecimila telai.

Il sistema di canali, chiuse e turbine era così all’avanguardia che non è esagerato immaginare Lowell come una sorta di Silicon Valley tecnologica ottocentesca, dove si producevano un milione di metri di stoffa di cotone alla settimana.

La stoffa è visibile e i telai sono… ascoltabili al Boott Cotton Mills Museum. È uno dei punti clou dei numerosi itinerari di visita a Lowell; nel vasto museo ospitato in uno dei più grandi stabilimenti dismessi, un salone di produzione perfettamente riattivato ospita alcune decine di telai in movimento.

Un interessante modellino mostra l’organizzazione verticale delle lavorazioni (foto Berchi)

È nel loro frastuono che le “ragazze dei cotonifici” e migliaia di immigrati, soprattutto irlandesi, trascorrevano 14 ore al giorno. Li si può immaginare muovendosi nel centro della città che, come si diceva, è severo e senza fronzoli, tutto modellato com’è sui grandi complessi industriali in mattoni rossi.

proposito di itinerari, quelli che seguono le “waterways”, le vie d’acqua, sono interessanti e possono essere percorsi anche in bicicletta o in battello. Ma c’è un itinerario anche più significativo; quello che porta sulle tracce di Charles Dickens. Sì, proprio lui, lo scrittore inglese che, con i suoi eroi Oliver Twist e David Copperfield, ha più di ogni altro legato il suo nome al romanzo sociale ottocentesco.

Era un freddo giorno di febbraio del 1842 quando l’autore di “Canto di Natale” arrivò qui da Boston, carico di entusiasmo per un’America in cui l’avvento dell’industria poteva avere contenuti più umani e democratici che non nella cupa Inghilterra. Le sue illusioni ben presto svanirono ma a Lowell lo scrittore passò “il giorno più lieto tra quelli trascorsi in America” e ora un preciso itinerario ne ripercorre le tappe, dalle vie del centro ai vari complessi industriali.

Il monumento a Jack Kerouac (foto Berchi)

Ma a proposito di scrittori, Lowell custodisce un’altra sorpresa. È infatti la città natale nientemeno che di Jack Kerouac. L’autore di “On the road” è celebrato da un bel monumento in un piccolo parco a dire il vero un po’ spoglio ma è anche possibile seguire le sue tracce in vari punti della città tra cui la sua casa natale, là dove “the road begins” come recita il titolo dell’itinerario a lui dedicato.

Restano da dire due cose che vi servirà avere ben presenti quando verrete qui. La prima: le prime cinque decadi del Novecento segnarono una china rovinosa per Lowell che vide chiudere uno dopo l’altro i suoi “mills”, con le inevitabili e pesantissime conseguenze economiche e occupazionali: un vero e proprio cimitero sociale. Negli anni ’60 Lowell era la città con il più alto tasso di disoccupazione di tutti gli Usa.

La seconda è lo straordinario processo se non di rinascita di vera e propria ripresa innescato a partire dai primi anni Settanta. Non c’è spazio qui per dettagliarlo, ma alzando gli occhi mentre si passeggia lungo i canali di Lowell si possono immaginare quelli che qui descrivono letteralmente come “few people”, pochi illuminati, dotati di visione, competenza politica e senso del business.

Un gruppo di intellettuali, politici e imprenditori, insomma, che, per gradi, promossero un recupero dell’anima della città teso a creare un nuovo tipo di parco nazionale, basato sulla storia dell’industria. Un percorso sancito dal Congresso nel 1978 con l’istituzione del Parco nazionale la cui struttura si è via via evoluta sino a oggi e con l’insediarsi di piccole attività ad alto valore aggiunto e di una sede dell’Università del Massachusetts.

Il Wannalancit Mill in inverno (foto Massachusetts Office of Tourism)

Ma il dna di Lowell è talmente profondo da non poter essere annullato e così a noi che terminiamo la nostra visita nella tagliente luce di un tramonto ventoso pare di sentire il suono acuto delle sirene che chiamano al lavoro le “mill girls”. Tutt’attorno quella che, più che una città di fabbriche, appare come un’unica, gigantesca fabbrica addormentata per sempre.

INFO GENERALI

- www.massvacation.it (in italiano)

- www.visitusaita.org (in italiano)

ARRIVARE

Sette e più ore di volo nelle ossa e poi una coda di altre due per il severo controllo passaporti. Esperienza comune per chi arriva negli Usa dall’Europa. Che si può evitare transitando da Dublino con i voli di Aer Lingus (https://www.aerlingus.com). La capitale irlandese infatti è l’unico scalo europeo in cui è presente il personale dell’Us Customs and Border Protection, che quindi effettua lo screening e il controllo dei passeggeri esattamente come negli scali americani ma, qui, prima di salire a bordo del volo intercontinentale. Insomma, volare con la compagnia irlandese dall’Italia a Dublino permette di sfruttare il tempo della coincidenza per espletare le pratiche di controllo di confine; risultato: sbarcate in una delle destinazioni Aer Lingus negli Usa e andate direttamente al nastro bagagli.

Tra tali destinazioni c’è l’aeroporto Logan di Boston, senz’altro il più comodo per raggiungere Lowell che si trova a una cinquantina di km a nord ovest.

Indispensabile l’auto a noleggio. Alamo, offre un servizio di qualità a prezzi concorrenziali.

Aer Lingus vola a Dublino da Linate, Malpensa, Roma e Venezia e stagionalmente anche da altri aeroporti italiani.

DORMIRE

Lowell non offre una scelta molto ampia. Consigliamo senz’altro l’UMass Lowell Inn & Conference Center. Si tratta di una sorta di foresteria dell’università che offre però servizi in tutto e per tutto alberghieri. C’è un comodo parcheggio, un piccolo ristorante con piatti essenziali come essenziale è la colazione compresa nel prezzo. Le comode camere sono di stile alberghiero e, soprattutto, l’hotel è centrale rispetto a tutti i punti di interesse della città, collocato com’è nel cuore della rete di canali che alimentavano le fabbriche.

MANGIARE

Anche dal punto di vista della ristorazione Lowell non è certo una capitale. La maggior pare dei locali è nella zona di Market, Canal e Merrimack Street, ma noi consigliamo di fare un salto al Mill n. 5. È un ex cotonificio che ora ospita corner e piccole botteghe e che a qualcuno ricorderà, in piccolo, il Chelsea Market di New York. Qui si mangiano cose buone e veloci al 4° piano da Coffee & Cotton.

VISITARE

Lowell non pretende certo di fare destinazione a sé. Ma se volete programmare un viaggio a Boston, con o senza annesso tour nello splendido Massachusetts, allora dovete inserirla nel vostro itinerario. Nel primo caso potrà essere la prima o l’ultima tappa del vostro viaggio, in arrivo o in partenza dall’aeroporto di Boston; nel secondo caso e cioè se non pensate di muovervi dalla metropoli, ebbene fatelo.

Il plastico rende perfettamente l’idea dell’assetto urbanistico della città-fabbrica (foto Berchi)

Programmate una giornata in più e spendetela a Lowell: l’industrializzazione ottocentesca è un pezzo fondamentale della storia degli States e qui ci entrate letteralmente dentro. Infatti, tra le decine di siti di archeologia industriale sparsi per il mondo, Lowell spicca per la sua peculiarità di città-fabbrica.

Tutta la visita alla città va assolutamente iniziata partendo dal Visitor Center del parco da cui potete poi muovervi tranquillamente a piedi. Per raggiungere il Boott Cotton Mills Museum, che insieme al vicino Mill Girls & Immigrants Exhibit è il punto focale della visita alla città, potete anche usare il trolley, il trenino turistico che viaggia lungo il Merrimack Canal.

Nel Boott Cotton Mills Museum non perdetevi il filmato di circa 25 minuti che spiega in modo semplice la storia di Lowell dalle origini a oggi.

Un piccolo angolo quasi al termine della visita è istruttivo non solo per i bambini. Per capire gli sconvolgimenti nella catena del valore della produzione tessile si è invitati a “vestire” dei manichini e a esplorare le etichette dei vestiti che si indossano.

Fonte articolo originale

 

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