I due volti di Miami

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E pensare che fino agli anni Ottanta era soprannominata “la sala d’attesa per l’aldilà”. Non certo perché Miami Beach avesse le sembianze di un paradiso; al contrario, assomigliava a un oceano di desolazione.

Poi, un bel giorno, a bordo di una Ferrari Daytona spider, arrivarono sgommando i magnifici Anni Ottanta. Indossavano una giacca bianca, un paio di occhiali neri e si chiamavano Sonny Crockett, alias Don Johnson. Accompagnato sul set dal fido compare Rico Tubbs, il biondo detective arrestò i cattivi, fece strage di cuori e bucò il piccolo schermo.

Inizialmente pensata per essere girata a Los Angeles, la serie tv fu incredibilmente filmata a South Beach, all’epoca un luogo dimenticato dagli dei e dagli uomini, se si escludono pensionati e criminali (quelli veri). Al punto che la produzione arrivò a pagare i pochi residenti per spingerli a gironzolare nelle strade deserte durante le riprese. Non solo: gli osannati edifici art déco erano all’epoca così fatiscenti che si decise di ridipingerne le facciate, per farle sembrare dei luoghi abitabili.

Centododici episodi dopo, siamo nel 1989, Miami Beach non solo si era trasformata nel sogno catodico di milioni di persone, ma grazie alla tv la città era ormai stata rimessa a nuovo. Sembra una favola, invece era Miami Vice. Oggi i cattivi non ci sono più, o se ci sono non si vedono. In compenso c’è tutta la Miami Beach dell’immaginario collettivo: un grandioso frullato di spiagge, cocktail, fuoriserie, bikini, yacht, ville, surfisti, hotel art-déco, shopping, ristoranti, feste, concerti… assaporato lo scorso anno da 15,9 milioni di turisti..

Arte, Design, Hipster e visionari: Wynwood e Design District

Se il bello di Miami Beach è il suo rimanere uguale a se stessa, dall’altro lato della città le cose vanno in maniera diametralmente opposta. C’era una volta Wynwood, un groviglio di asfalto, fabbriche abbandonate, magazzini e cemento, dove spiagge e bikini non si scorgevano nemmeno col binocolo. E dove fino a qualche anno fa si entrava a proprio rischio e pericolo. La novità è che oggi Wynwood è una della aree urbane più strabilianti del pianeta e vale da sola il viaggio sin qui. Punto.

Stavolta però la tv non c’entra: il protagonista della storia è un visionario developer di nome Tony Goldman - già noto alle cronache per aver fatto rinascere la newyorkese SoHo - con in testa un’idea meravigliosa: “Questa enorme quantità di magazzini diventerà la tela dove portare la più grandiosa street art mai vista in un solo luogo”. Detto, fatto. Goldman chiese aiuto al mercante d’arte Jeffrey Deitch, e nell’anno di grazia 2009 - tra lo stupore dei brutti ceffi che frequentavano la zona - infuse la vita a quello che sarebbe diventato il cuore del più grande museo di street art del mondo: sei edifici tra la 25esima e la 26esima strada chiamati Wynwood Walls. Dove si mangia finger food, si beve birra e si conversa, ma soprattutto si contemplano i murales che rivestono le pareti.

Tony Goldman ci ha lasciati nel 2012, ma se da lassù potesse vedere cosa è Wynwood oggi, strabuzzerebbe gli occhi. Dalla sua nascita sono passati dai Wynwood Walls oltre 50 artisti (Os Gemeos, Invader, Kenny Scharf, FUTURA 2000, Dearraindrop...) da 16 paesi, per oltre 7.000 metri quadrati di superficie trasformati in street art...

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