A New York ricomincia la leggenda del Chelsea Hotel, anche se è cambiato tutto

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L\'albergo degli scrittori e artisti bohémien, da Leonard Cohen e Janis Joplin ad Arthur Miller, riapre in versione luxury.

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Getty Images

A Bethel, contea di Sullivan, stato di New York, quello del 2019 promette di essere un agosto caldissimo. La musica, il refolo di mal riposti sogni di libertà, le celebrazioni per il mezzo secolo dal Festival di Woodstock: un nostalgico brindisi al rock, e a tutto quello che ha significato. Nelle stesse settimane, al 222 sulla 23a strada a Manhattan, gli operai saranno alacremente al lavoro per garantire, entro l’anno secondo le previsioni, la discussa riapertura del leggendario Chelsea Hotel. Dopo disavventure e cambi di proprietà il tempio newyorkese della cultura americana e dell’ideale bohémien tornerà ad aprire i battenti, in una veste piuttosto lontana dall’icona che aveva rappresentato. Luxury hotel: nel cinquantennale di Woodstock, non male come ossimoro.

Ospitò in tantissimi e ognuno al suo prezzo, quell’albergo in stile vittoriano pensato nel 1883 come un condominio e destinato ad entrare nell’immaginario della beat generation, della letteratura, della fotografia. E, ovviamente, nella storia della musica. Artisti, intellettuali, poeti, spacciatori e puttane, tutti in un microcosmo dall’aspetto gotico e dall’insegna spartana. In una delle stanze di sopra, nel 1968, Arthur C. Clarke completò 2001: Odissea nello spazio. In un’ altra, su per giù nello stesso periodo, Janis Joplin trascorse assieme a Leonard Cohen poche notti nelle quali si dormì poco, come il cantautore canadese raccontò in Chelsea Hotel No. 2, pezzo che consegnò l’albergo alla definitiva leggenda. Si erano incontrati in ascensore, lei cercava Kris Kristofferson, lui le aveva detto: “Sei fortunata, Kris Kristofferson sono io”.

Ad un’altra camera Edie Sedgwick aveva dato fuoco, ai tempi delle riprese di Chelsea Girls di Andy Warhol, a causa di quelle candele con le quali le avevano tanto raccomandato di non addormentarsi. Nelle stanze del Chelsea alloggiarono tra gli altri Mark Twain e Allen Ginsberg, Dylan Thomas e William S. Burroughs, e vide la luce Sulla Strada di Kerouac. L’arte, pura e sfacciata, tra sesso, sostanze, espedienti, fatti e fattacci. Selezionare personalmente gli ospiti, e per ognuno di loro stabilire una tariffa diversa per il soggiorno, in base alle disponibilità: questa era stata l\'idea, remunerativa o romantica a seconda dei casi, dello storico proprietario Stanley Bard.

Ereditò l’edificio una manciata di anni dopo la morte del padre David, a metà degli anni sessanta, e decise di dare all’albergo per più di quarant’anni l’identità di un rifugio bohémien. Il Chelsea Hotel non ci mise molto a diventare un affollato caleidoscopio umano, capace di alternare ora in una stanza le abbaglianti session della factory di Warhol (come mostrato recentemente in una sequenza di quell’opera piena di hype e priva di fortuna che è stata Vinyl della HBO), ora in quelle a fianco una corte dei miracoli di artisti squattrinati, che pagavano l’affitto nell’unico modo che avevano: offrire all’hotel le proprie opere d’arte.

 

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Otto anni fa il cambio di proprietà, la chiusura (nonostante quelle stanze continuassero eccome ad essere abitate, da inquilini storici, reietti, tossici e anime incerte) il saccheggio delle opere d’arte e del mobilio, qualche controversia legale, diversi passaggi di mano, fino a quello definitivo a una cordata di albergatori, sotto l’acronimo SIR (dai nomi di Sean MacPherson, Ira Drukier e Richard Born). Il 2019 come data cerchiata in rosso per la riapertura: non pochi muri abbattuti, planimetria rivista e sfrattati i fantasmi dei tempi che furono, per il progetto di un albergo di lusso da centoventi o centotrenta stanze. Sempre artist-friendly, dicono i più ottimisti. Camere con vista su fascino e dannazione per ricchi a caccia di notti dal sapore alternativo, secondo la prospettiva più pratica.

“Siamo brutti, ma abbiamo la musica”

Entrare al Chelsea Hotel durante il confuso limbo temporale trascorso tra sua chiusura (di fatto rimasta ufficiosa almeno fino al 2017, quando i ponteggi hanno definitivamente avvolto l’intera facciata) e la ridestinazione che verrà è stato un atto di devozione non originalissimo: continuavano a farlo in tantissimi, ci raccontarono. Della grande lobby che vide l’avvicendarsi frenetico di storie leggendarie e maledette rimaneva il grande caminetto con i gargoyle spento da tempo, poche poltrone, ma tutte comode. Eravamo in due, e non era ben chiaro se potessimo regolarmente star lì (disse una volta Arthur Miller che al Chelsea non ci sono mai state regole, né aspirapolveri, né vergogna), se risultassimo così malmessi da poter risultare credibili come avventori dell’hotel, o semplicemente intrusi.

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Nel dubbio, provammo a passare il più possibile inosservati, sotto le impronte stinte sulla parete bianco navajo dei quadri con i quali qualche pittore poteva aver pagato un mese o due di soggiorno. Davanti all’ingresso si fermò un’ambulanza, portarono via qualcuno, e c’è da ritenere che non fosse una scena così poco abituale. La mattina del 12 ottobre del 1978 dovevano aver portato via in modo non dissimile Nancy Spungen, dopo che la sua pancia incontrò la lama del coltello di Sid Vicious all’interno della camera numero 100.

Quello relativo alle passioni grandi e tormentate è un ricco spin-off nella lunghissima storia del Chelsea. Fu alla fine di una di esse, consumata nel divorzio con Marilyn Monroe, che Miller decise di curarsi le ferite andando a stare al Chelsea. “Il punto più alto del surreale”, dirà. Finì per restarci sei anni, abituandosi giorno dopo giorno all’odore di marijuana dentro l’ascensore e innamorandosene perdutamente. Ricorderà quel lungo periodo come “un caos spaventoso e ottimista, capace di predire il futuro, e al tempo stesso la sensazione di stare in una enorme e protettiva famiglia vecchio stile”.

“Questo è tutto, non ti penso neanche così spesso”

Alla riapertura del Chelsea Hotel non ci sarà Stanley Bard: è morto a San Valentino due anni fa. Prima sognò e poi gestì per quattro decenni un posto unico, in cui ogni giorno ad ogni ora si intrecciavano le vite inzuppate di ispirazione, sperimentazione e perdizione di ospiti più inclini alla lussuria che al lusso. Non vedrà l’albergo che fu suo entrare nel mondo delle esperienze turistiche al prezzo congruo per lo sfratto di storia e spettri, nel cuore di un quartiere che sta progressivamente evolvendo, a due passi da quella recentissima perla che è la High Line. Il parco sopraelevato, nato pochi anni fa sui vecchi binari ferroviari, unisce Chelsea ad un altro quartiere in pienissimo restyling, il Meatpacking District, l’area delle vecchie macellerie di fine Ottocento, affacciata ai moli dell’Hudson: tra stilisti, editori e artisti, uno dei quadrilateri più vivi della città. A pensarci bene, un’occasione probabilmente persa. Tornare a vedere il Chelsea Hotel in qualche modo fedele al suo spirito non sarebbe certo stato sufficiente a farsi l’illusione che il rock non sia morto tantissimo tempo fa. Però che male.

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