A Los Angeles a caccia di sogni
Al confine del deserto, dove Simon Rodia costruisce una torre in ceramica e conchiglie, dove c'è una cattedrale avanguardista, poi Fante e Bukowsky e una spiaggia dove nascono le idee. Viaggio nella città «che non basta una vita intera per esaurirla»
Si dice che l’abbiano scelta per la luce. Alla fine dell’800 Hollywood non era che un villaggio defilato sulle colline attorno a Los Angeles. A partire dagli anni ’20 il suo destino si intreccia con quello del cinema, che ne diventa motore e sostanza. Ammirando la città proprio dalle sue colline, all’ombra della scritta Hollywood nota in tutto il mondo, lo sguardo si perde all’orizzonte. Los Angeles diventa paesaggio, sfondo, e si accende sotto al sole; forse è solo l’Oceano, lontano, con Venice Beach, Malibù e Santa Monica. Ok: ne abbiamo già sentito parlare. Grazie ai film, tanti scorci della città hanno un posto dentro di noi anche senza averli mai visti dal vivo. Sono ricordi finti eccetto per la facciata, come set cinematografici, e prendono forma visitando la metropoli.

La stessa Hollywood, tecnicamente uno dei distretti di Los Angeles, è metafora di questa rischiosa corsa sul bordo della realtà. Oltre le colline il clima diventa da secco a proibitivo, le rocce sbiancano e in poche ore siamo nella Valle della Morte. Eppure, al confine del deserto c’è un mondo di sogni con la sua celebre camminata. È la Hollywood Walk of Fame, la passeggiata delle celebrità, il percorso pedonale su cui sono incastonate più di 2.500 stelle che onorano altrettante personalità dello spettacolo. Sulla via si affacciano il Chinese Theatre e l’ancor più famoso Dolby Theatre, quello della Notte degli Oscar. Da qui la scritta Hollywood sul monte Lee, installata negli anni ’20 per scopi promozionali, è pressoché insignificante. Quasi come i grattacieli di Downtown, il centro amministrativo della città. La colpa è solo della notevole distanza. Infatti, anche se da Hollywood non si direbbe, Los Angeles ha uno dei più grandi skyline degli Stati Uniti.
L'EDIFICO PIU' AVANGUARDISTA
Vederla in pochi giorni è impossibile, visto che non basta una vita intera a esaurirla. Così pensava lo scrittore Charles Bukowski, che praticamente ha sempre vissuto qui e non immaginava altro luogo in cui potersi calare. Stessa devozione da parte di John Fante, che racconta la sua L.A. in tanti romanzi, da La strada per Los Angeles all’ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, il celebre quartiere usato negli anni ’40 e ’50 come set cinematografico per film noir e oggi dominato dalla Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli. È uno degli edifici religiosi più avanguardisti al mondo. Tanto per Fante come per Bukowski, la consacrazione è arrivata tardi e dopo un’esistenza tutt’altro che semplice. In fondo, se Los Angeles è la città dei sogni, non è detto che sia facile realizzarli. Ne sa qualcosa Sabato “Simon” Rodia, di origini italiane, che desiderava fare qualcosa di grande, e l’ha fatto.
UNA TORRE DI CONCHIGLIE
Per inciso, non conoscete Simon Rodia? Eppure il suo viso appare addirittura sulla copertina di un noto album dei Beatles, diventato un’icona pop. Se volete dare un’occhiata all’opera di questo eccentrico e misterioso artista, andate a vedere le Watts Towers, nel quartiere omonimo alla periferia della città.
Si tratta di una serie di torri, una delle quali alta 30 metri, realizzate con acciaio, ceramiche, conchiglie, vetro e altri materiali di scarto. L’insieme è bizzarro ed elegante al contempo, pieno di simbolismi. Stupisce il fatto che Rodia non avesse un vero e proprio progetto, ma procedeva giorno dopo giorno e con mezzi di fortuna, dando forma a un’idea nella propria mente che si rivelava nel tempo. E di tempo ce n’è voluto: ben 30 anni (dal 1921 al 1954). L’opera è diventata non solo simbolo del quartiere, ma anche di libertà e rivalsa tramite la fantasia. Eppure le torri non hanno senso, come i sogni. Alla domanda sul perché avesse speso tanti anni per costruirle, Rodia non sapeva che cosa rispondere.

ON THE ROAD ALLA SPIAGGIA DELLE IDEE
Dopo i sogni degli altri, forse è tempo di un po’ di bellezza per noi. Allora lasciamo la città prendendo la State Route 1, che percorre da sud a nord la California. Usciti da Los Angeles, l’Oceano ritorna vivo e azzurro, bagnando una costa che alterna spiagge a baie rocciose. Sempre dritto si arriva a San Francisco, ma noi accontentiamoci di una sosta a Morro Bay, nella contea di San Luis Obispo. Spesso c’è nebbia, che rende il paesaggio sofferto e malinconico.
La spiaggia è dominata da Morro Rock, un massiccio neck vulcanico alto quasi 200 metri, che ospita una colonia di falchi pellegrini. Diversi artisti vengono qui e nella vicina Cambria a riposare e nutrire l’anima, alla ricerca di un’idea, una trama, una melodia su cui giocare la propria vita. Capita di trovarla; capita di poterla rischiare per quei 30 secondi che ogni produttore è disposto a concederti. Allora si salta di nuovo sull’auto, trepidanti e speranzosi, diretti verso sud. Lungo la strada per Los Angeles.
Un libro da leggere: Full of life di John Fante (Einaudi)
Un film da vedere, anzi due: Factotum di Bent Hamer (2005). Se siete più romantici, City of Angels di Brad Silberling (1998).
Il disco dei Beatles sulla cui copertina appare Simon Rodia: è Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band del 1967, giudicato uno dei più begli album di sempre. In copertina i Beatles raffigurarono in un collage i personaggi del loro pubblico ideale. Per citarne alcuni: Albert Einstein, Marlon Brando e Sigmund Freud. Simon Rodia è ritratto accanto a Bob Dylan.
Una Los Angeles suggestiva: andate a Venice, nota per la spiaggia, i canali, le piste ciclabili e la comunità di artisti. Una curiosità: sulla spiaggia di Venice venne fondata la rock-band californiana The Doors.
Il più bel panorama sulla città: salite all’osservatorio Griffith, una popolare attrazione turistica dal 1935. Spettacolare la vista giorno e naturalmente il cielo notturno.
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