Badwater 135 e altre ultramaratone estreme

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Al Km 203 della Badwater 135 il dolore alle gambe non era un dolore qualsiasi. Era il motivo per cui anno dopo anno mi rituffavo nell’impresa. È quel genere di dolore che ti chiede chi sei e chi vorresti essere, perché nessuna esperienza al mondo ti sgombra il corpo e la mente come la Badwater 135.

Badwater 135 e altre ultramaratone estreme I sentieri di Badwater ©Mark Read/Lonely Planet

Non mi sono mai sentito pronto per questa corsa, nonostante ne abbia sei al mio attivo. Sapere quello che ti aspetta può peggiorare le cose. Resto sempre senza fiato quando scendo dall’auto e la mia pelle fresca e climatizzata si espone alla temperatura di una fornace. La Badwater parte dalla Death Valley, in California, la vasta area desertica così chiamata per via di un gruppo di pionieri che, nel 1850, nel tentativo di trovare una scorciatoia, l’attraversarono, persero l’orientamento e trovarono la morte.

La Badwater nasce come la corsa che unisce gli estremi altimetrici dei cosiddetti ‘lower 48’, gli Stati Uniti continentali. Dalla partenza a Badwater Basin si arranca lungo strette statali fino a Lone Pine, sul versante est della Sierra Nevada californiana, quindi si piega verso ovest per salire in cima a Whitney Portal Rd (2548 m), la base della vetta più alta dei ‘lower 48’ (il percorso originale terminava sui 4420 m della cima del Mount Whitney, a cui successivamente le autorità del parco proibirono di accedere per motivi di sicurezza).

Badwater Basin Badwater Basin, nella Death Valley ©Andrew C Mace/Getty Images

Persino tra gli ultrarunner la Badwater 135 è considerata una prova di resistenza al limite del sadico. Da molti ritenuta la gara di corsa più dura del pianeta, affonda le radici nella secolare e sconsiderata domanda: “Sarò mai in grado di farlo?”. Se lo chiese anche Al Arnold, un guru del fitness di Walnut Creek, California, che all’inizio degli anni ’70 volle darsi una risposta. Dopo due tentativi falliti riuscì a terminare l’impresa nel 1977, condannando centinaia di aspiranti avventurieri a raccogliere il guanto di sfida. Corro decine di ultra all’anno (e ne vinco più d’una), ma considero la Badwater 135 la sfida definitiva.

Alla partenza dell’edizione 2013 mi sentivo in ansia e una domanda mi ronzava in testa: “Davvero lo voglio fare di nuovo?”. Era metà luglio, il periodo più caldo dell’anno, ma correre in un’altra stagione avrebbe vanificato l’obiettivo. Ogni concorrente è tenuto ad avere un proprio team di supporto, visto che non ci sono ristori lungo il percorso. Senza un team potresti non sopravvivere alla gara, tantomeno finirla. Quell’anno avevo con me una squadra di esordienti, ma ero quasi certo che non mi avrebbero lasciato morire. Pronto allo start con i miei compagni d’avventura, alzai lo sguardo alla mia destra e lessi le parole ‘livello del mare’ incise su una roccia 86 m sopra di me. Allo sparo, alle 10 del mattino, ci rimescolammo come uno sciame di tartarughe. Lasciai passare i più veloci, ricordando a me stesso che il Mount Whitney si trovava 217 km più avanti e che dovevo godermi questo primo tratto relativamente indolore. Non sarebbe durato a lungo; poco più avanti il mio smartwatch mi segnalò una temperatura di quasi 53 °C. E questa era la buona notizia. La cattiva era che i 93 °C della temperatura del terreno provocavano quella che potrei descrivere come una sorta di claustrofobia da spazio aperto.

Badwater 135 e altre ultramaratone estreme L’alba dalla cima del Mount Whitney ©Nick Ocean Photography/Getty Images

Attraversai il Furnace Creek e superai una serie di dune verso Stovepipe Wells: c’erano voluti 67 km di lenta e progressiva salita per raggiungere il livello del mare in questa cittadina. Alcuni concorrenti si tuffarono nella piscina di un motel, ma a me sembrava acqua bollente e continuai a correre. Arrancai su per la salita di 27 km fino al Towne Pass, 1500 m sopra il deserto, poi mi scapicollai giù per altri 16 km verso la Panamint Valley.

Il tramonto abbassò la temperatura e il cielo color lavanda fu una splendida ricompensa per la fatica fatta fin qui. Si fece buio e mi spaventai per un crotalo sulla strada. Intorno al

Km 115 superai il Panamint Springs Resort, poi il Father Crowley’s Turnout e finalmente raggiunsi il Km 144 e lo svincolo per Darwin, una cittadina fantasma dove campeggiava un cartello: ‘NO televisione, NO wifi, NO copertura per cellulari, NO negozi; i visitatori sono i benvenuti’.

Badwater 135 e altre ultramaratone estreme Dopo aver corso la Badwater si dice “addio Death Valley”, ma alla fine si ritorna sempre ©miroslav_1/Getty Images

I gradevoli 36 °C notturni mi ricordarono di spegnere la torcia frontale e godermi la volta celeste. Poche ore dopo, l’alba iniziò a rischiarare l’orizzonte, mentre attraversavo la cittadina mineraria di Keeler al Km 173. Davanti a me svettava il Mount Whitney e la magnifica Sierra rifletteva il bagliore di un’alba alpina.

Pieno di energie, raggiunsi Lone Pine al Km 195. Il tratto finale, forse il più duro, sono questi 21 km di gara per 1500 m di dislivello. Durante la salita la temperatura scese e il vento rinforzò. Ogni curva tra gli alti pini apriva una nuova veduta del deserto. Dietro la svolta finale, la piccola folla al traguardo, a 2530 m di quota, mi spinse a uno sprint. Avevo impiegato 26 ore e 15 minuti per arrivarci. Mi girai indietro l’ultima volta e dissi tra me e me “Addio Death Valley, a mai più”. Lo scrivo e intanto sono già iscritto all’edizione della Badwater 2019.

Altre idee per ultramaratone estreme

Spartathlon, Grecia

La Spartathlon è una corsa nella leggenda, un viaggio indietro nel tempo. È una sfida al caldo estremo e a tempi di passaggio serrati, ma anche il privilegio di ripercorrere le orme di Filippide, il messaggero ateniese che nel 490 a.C. fu mandato a Sparta per cercare aiuto contro i persiani prima della battaglia di Maratona. Dai piedi dell’Acropoli la corsa si snoda lungo antiche strade provinciali, tra uliveti e vasti vigneti. Il tracciato sale ai 1200 m del Monte Partenio, dove Filippide, così narra la leggenda, si imbatté nel dio Pan. Gli abitanti di Sparta scendono in strada per accogliere con esultanza i corridori, salutandoli come eroi lungo il rettilineo finale, ai piedi della statua di re Leonida. I finisher vengono incoronati con una corona di ulivo e ricevono, in un antico vaso di terracotta, l’acqua del fiume Evrotas, come accadeva nell’antichità agli atleti delle prime Olimpiadi.

Badwater 135 e altre ultramaratone estreme Un runner della Spartathlon beve l’acqua del fiume Evrotas da un antico vaso di terracotta ©Mark Read/Lonely Planet

Arrowhead 135, Minnesota, USA

L’Arrowhead 135 si corre nel periodo più freddo dell’inverno nella città più fredda degli Stati Uniti continentali, International Falls, in Minnesota. Il variegato Arrowhead State Trail è un mix di sentieri ampi e pianeggianti e terreni collinari aspri punteggiati da laghi e corsi d’acqua gelidi. Aspettatevi orme di alci e lupi, ma anche cervi, linci, volpi e lepri scarpa da neve.

La porzione meridionale del percorso comprende vasti tratti di roccia esposta ed enormi massi, detriti dell’erosione glaciale che frantumò antiche catene montuose. Vedute spettacolari abbracciano i laghi, s’incontrano antiche miniere di minerali di ferro e latifoglie secolari. Lungo i sentieri si possono avvistare nidi di falchi, civette delle nevi e aquile calve. La corsa termina presso il Lake Vermillion, ma la percentuale di finisher di appena il 50% indica che molti corridori riparano in qualche caldo rifugio prima della fine della gara.

Brazil 135, Minas Gerais

La Brazil 135 si dipana sulle montagne della Serra da Mantiqueira. Questa lussureggiante catena montuosa separa Rio de Janeiro dallo stato del Minas Gerais ed è una delle poche vaste aree di Mata Atlântica (foresta pluviale atlantica) tuttora esistenti. Sebbene sia considerata la gara di corsa più dura del Brasile, la Brazil 135 vale indubbiamente lo sforzo. Il tracciato si articola lungo il tratto più impegnativo del Caminho da Fé (Cammino della Fede), una via di pellegrinaggio molto nota nel paese, e attraversa graziose cittadine con accoglienti ostelli e tradizioni gastronomiche formidabili e numerosi parchi nazionali e statali. Il limite orario di 60 ore, per quanto apparentemente abbondante, impone ai runner un ritmo di corsa sostenuto per tagliare il traguardo in tempo... soprattutto in caso di pioggia.

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