Cos’è «The Shed», l’edificio che si allunga creato da un’azienda italiana a Manhattan

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Progettato da Elizabeth Diller e dal suo studio Diller Scofidio Renfro con una tecnologia italiana. Le grandi ruote, su cui la struttura si muove, sono state realizzate a Gorizia

Il «Capannone»

The Shed, Il Capannone, è un edificio smart, più intelligente e di sicuro diverso da tutti gli altri che ospitano arte e cultura a New York. «L’abbiamo progettato per un futuro che non conosciamo, per ospitare un’arte in continuo movimento», ha spiegato alla sua inaugurazione (5 aprile) l’architetto Elizabeth Diller, che l’ha disegnato con il suo studio Diller Scofidio Renfro. The Shed, in effetti, è letteralmente capace di muoversi: su massicce ruote di acciaio, fabbricate a Monfalcone (Gorizia) da Cimolai, la stessa azienda italiana che ha fatto le scale del Vessel, il nuovo monumento sorto lì vicino e già diventato un’icona newyorkese, al centro di Hudson Yards (fra 10th e 11th avenue e fra 30th e 34th street).

Il costruttore

E a proposito di contributi italiani a questa nuova attrazione della Grande Mela, è bello sapere che il costruttore dello Shed è un italo-americano, Frank Sciame Jr., 68 anni il 3 maggio, nipote di immigrati siciliani e figlio di un imbianchino. «Dove costruire è un’arte» è il motto della sua azienda, che ha lavorato su parecchi altri progetti prestigiosi come il restauro esterno del museo Guggenheim, la High Line e la JP Morgan library. «Sono laureato in architettura e appassionato di questa disciplina — ha spiegato Sciame a Corriere Innovazione —, per questo lavoro molto duramente per realizzare tutto il design creato dagli architetti, senza eliminare alcuna caratteristica. Così mi sono affermato come costruttore specializzato nel campo delle arti e della cultura».

Muovendosi, lo Shed si allarga a uno spazio di 1.600 metri quadrati che si può anche trasformare in una piazza per ospitare performance all’aperto. «Flessibilità» è la sua caratteristica fondamentale, proprio come l’aveva immaginato l’allora sindaco Michael Bloomberg, quando nel 2005 aveva lanciato l’idea di crearlo. Le altre due condizioni poste per dare il supporto della città di New York (che ha concesso il terreno e 75 milioni di dollari; mentre il resto dei 500 milioni di dollari costati per la sua realizzazione vengono tutti da privati, compreso Bloomberg) erano che fosse diverso da tutte le altre 1.200 istituzioni culturali newyorkesi e che giocasse un ruolo a favore della leadership globale della città anche in campo culturale.

La questione tecnologica

L’uso delle più avanzate tecnologie sia nella struttura fisica dello Shed sia nell’arte prodotta al suo interno — tutta creata ad hoc, su commissione — è uno degli elementi che lo rende speciale. «Nel nostro consiglio d’amministrazione c’è gente che capisce davvero la tecnologia e sa che è un ingrediente cruciale per il successo dello Shed», ha sottolineato Ezra Wiesner, il suo chief technology officer (cto), spiegando a Corriere innovazione come funziona. «Abbiamo un’intera squadra dedicata alla visitor experience (vex), che gestisce dal box office al customer service — racconta il cto —.

Usiamo il sistema più avanzato per mostrare immagini digitali sugli schermi piazzati all’arrivo delle scale mobili in ogni piano: sia per fornire informazioni utili ai visitatori sulle mostre e le performance in programma, sia per offrire agli artisti un altro mezzo attraverso cui esprimersi. È la tecnologia SDVoE (Software Defined Video over Ethernet) che permette di trasmettere le immagini molto velocemente e con la miglior qualità». Per esempio l’artista Trisha Donnelly ha richiesto che certe sue immagini siano visibili sullo schermo all’ingresso del quarto piano, dove la sua opera è in mostra, per completarla.

L’esperienza dei visitatori

Fra poco dovrebbe essere installato anche un sistema di trasmettitori Bluetooth per arricchire l’esperienza dei visitatori. «Io l’avevo sperimentato con la Philadelphia Orchestra, dove ho lavorato per 18 anni come responsabile dei sistemi informatici — continua Wiesner —. Avevo creato LiveNote, una app che durante un concerto trasmette sugli smartphone degli spettatori immagini e testi relativi a quell’opera, per aiutare chi non è un esperto di musica ad apprezzarla. Qui allo Shed penso di fare qualcosa di simile: gli artisti potrebbero preparare testi e immagini di accompagnamento alle loro opere, fruibili dal visitatore sul suo smartphone, che diventerebbe un secondo schermo per gli artisti stessi».

Wiesner sottolinea l’importanza della sua scelta di non creare app native, cioè da scaricare sui telefonini: «Sviluppiamo invece app basate sul web con un design responsivo, capace di adattarsi graficamente in modo automatico al dispositivo con cui le app sono visualizzate, dal computer al tablet o smartphone». Il sito https://theshed.org offre due opzioni: «Non sono allo Shed» oppure «Sono allo Shed». Se si clicca la prima icona, si continua a navigare normalmente. Se invece si clicca la seconda, si ricevono informazioni da usare mentre si visita lo Shed.

La blockchain

«Utilizziamo poi le tecnologie che gli artisti chiedono per mostrare i loro lavori, dall’intelligenza artificiale alla realtà virtuale e aumentata — continua il cto — o possono chiedere di avere una banda più larga per trasmettere grandi quantità di dati». Anche la biglietteria online dello Shed è diversa da quella della maggioranza delle istituzioni culturali, che di solito offrono l’opzione di stampare il biglietto a casa o salvarlo come pdf. «Noi invece usiamo un codice Qr inviato con email o disponibile sull’account che il visitatore può aprire con The Shed — spiega Wiesner —. Il prossimo passo sarà ricorrere alla tecnologia blockchain per vendere i biglietti digitali: sarà così possibile vedere chi ha il biglietto e a chi eventualmente lo dà, tutto in modo sicuro e rispettando la privacy».

Le app di Google

Internamente allo Shed tutte le applicazioni aziendali sono basate sulla tecnologia Google. Non è un caso che il presidente del board sia Dan Doctoroff, ceo di Sidewalk labs del gruppo Alphabet (Google), ex ceo dell’azienda fintech Bloomberg e braccio destro dell’ex sindaco Bloomberg. Tornando alla sinergia tech & arte, un’ottima occasione per vederla in azione allo Shed è assistere alla performance Reich Richter Pärt. La musica del compositore Steve Reich accompagna il video del pittore Gerhard Richter seguendo lo stesso schema creato al computer: le due note iniziali si moltiplicano mentre le immagini, partendo da strisce di colore con solo due pixel, crescono per divisione in forme astratte sempre più complesse. Uno spettacolo unico.

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