Chelsea Hotel, abitare nell’ultimo paradiso bohémien

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I residenti del mitico Chelsea Hotel di New York aprono le porte di casa propria per un caleidoscopico tour fotografico. Gli scatti di Colin Miller nel nuovo libro di The Monacelli Press

Foto © Colin Miller/Courtesy of The Monacelli Press

Arthur Miller ci venne nel 1961, dopo aver divorziato da Marilyn Monroe, e ci rimase per sei anni durante i quali scrisse After The Fall. Bon Dylan, nella stanza 211, abbozzava le canzoni del suo settimo album Blonde on Blonde e incontrò la sua futura moglie, Sara Lownds. Dylan Thomas qui ci morì, a 39 anni: secondo la leggenda dopo aver bevuto diciotto bicchieri di whisky ed essersi congratulato con se stesso per l’impresa sul suo diario, più probabilmente di polmonite.

Purtroppo non fu il solo: anche Nancy Spungen fu trovata morta, accoltellata, nella stanza 100: Sid Vicious, il front man dei Sex Pistols con cui si frequentava, si dichiarò innocente, nonostante sull’arma del delitto fossero state trovate le sue impronte. Non ci fu tempo per il processo, perché quattro mesi dopo anche lui morì, di overdose. William Burroughs sempre qui scrisse Naked Lunch e Jack Keruac si dice abbia composto in tre settimane, nel ’51, il rotolo di trentasei metri che divenne il suo capolavoro, On the road.

Robert Mapplethorpe divideva la stanza più economica con Patti Smith ed è qui che scattò le sue prime fotografie, da una polaroid che gli prestò Sandy Daley. Madonna non solo ci visse nei primi anni ’80 ma ci tornò nel ’92, ormai già famosa, per un servizio fotografico nella stanza 822 da inserire nel suo libro Sex. E come loro ci furono tanti altri nomi illustri che resero il Chelsea Hotel di New York una vera e propria leggenda.

Costruito nel 1884 da Philip Hubert, il palazzo da 12 piani fu concepito come una comune, in cui gli inquilini avrebbero condiviso spese e servizi. Soltanto nel 1905 divenne un hotel ma gran parte delle stanze rimase a coloro che le avevano affittate per lunghi periodi. Si trattava per lo più di artisti, scrittori, musicisti, registi affermati ed emergenti, cui spesso la proprietà concedeva di posticipare il pagamento a quando avessero avuto più soldi. E ancora oggi, dopo diverse battaglie legali, passaggi di proprietà e una massiccia ristrutturazione per un progetto che ne vuol fare un hotel di lusso, il Chelsea Hotel si dimostra essere il rifugio di tanti.

Lo testimoniano le fotografie di Colin Miller e i testi di Ray Mock, che nel libro Hotel Chelsea: Living in the Last Bohemian Haven, edito da The Monacelli Press, raccontano quello che è rimasto del tempio della cultura bohémien oggi. Era il 2015 quando Miller fu ingaggiato da uno studio di architettura per scattare alcune foto dello storico palazzo dopo la sua ristrutturazione e, una volta lì, notò i segni ancora visibili della gloria di un tempo.

È così che è nata l’idea di un tour fotografico negli appartamenti degli ultimi residenti dell’hotel, che negli anni hanno aggiunto, modificato, conservato la memoria storica e l’autenticità di chi lì stava prima. Il risultato è una vetrina di quella che è stata una sorta di collaborazione tra artisti nel tempo, in cui chiunque passava, lasciava qualcosa, arricchendo uno stile spesso massimalista e stravagante – per alcuni bizzarro – che ha sempre contraddistinto le stanze dell’hotel.

Tra coloro che hanno aperto le porte di casa propria a Miller c’è Tony Notarberardino, regista australiano che si è trasferito nel 1994 nell’appartamento una volta di Dee Dee Ramone. L’atmosfera burlesque, gli oggetti, i colori accesi non solo incarnano alla perfezione lo spirito del luogo ma sembrano l’estensione della sua personalità. È come entrare in un’altra dimensione nell’appartamento di Colleen Weinstein, che qui ha cresciuto qui sua figlia Dahlia insieme al marito Arthur, proprietario di diversi nightclub. Nel tempo, Dahlia è scesa a patti con l’idea di vivere nell’hotel, cominciando ad apprezzare tutti quegli attori, musicisti e scrittori che ogni giorno popolavano la hall.

L’icona della nightlife newyorkese Susanne Bartsch si prese l’appartamento che Andy Warholaveva lasciato, trasformandolo secondo il proprio gusto: con il primo fidanzato aggiunse una stanza da letto e un corridoio curvo, insieme a quello dopo dipinse quest’ultimo di rosa elettrico, oro e viola, e la camera da letto di rosso e riempì il bagno di specchi. Quando ebbe un bambino con il suo terzo partner, si trasferì nelle stanze di Janis Joplin. «Il Chelsea Hotel è un po’ come mia madre – racconta Bartsch – perché si prende cura di me». E sicuramente anche di tutti coloro che ancora verrano. Perché come dice Notarberardino: «Il Chelsea sopravviverà a tutti»

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