Storia e leggenda del Chrysler Building, il grattacielo di New York che potrebbe diventare un hotel di lusso

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Il gioiello Art déco nato alla fine degli anni 20 potrebbe cambiare il suo destino per sempre dopo una lunga crisi.

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Era il 1925 quando Walter Percy Chrysler fondò una casa automobilistica: con le linee dei suoi veicoli avrebbe scritto decenni di storia del consumo. La posta in gioco era alta, e per rimarcare i suoi crescenti successi (oltre che una malcelata mania di grandezza), si lanciò nell’impresa della costruzione del grattacielo più alto di New York. Un record che durò tuttavia pochi anni, superato presto dall’Empire State Building. Questo antagonismo tra “chi ce l’ha più alto” non ha tuttavia scalfito l’unicità stilistica del Chrysler Building, rimasto sede della Chrysler Corporation fino al 1953.

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Getty Images

Il capolavoro Art déco disegnato da William van Allen è un gigante in metallo e cemento armato dalle caratteristiche inconfondibili: la guglia in acciaio inox che svetta sullo skyline newyorkese, riconoscibile da ogni punto della città, si staglia aguzza come una cattedrale del XX secolo, le campate a tre archi e le finestre triangolari mimano la forma di un radiatore, poco sotto le guglie svettano delle aquile minacciose, moderni bestiari del credo capitalista americano. E ancora, come una bottega medievale (con l’uso dell’acciaio al posto del marmo) tutti gli elementi architettonici ornamentali furono creati artigianalmente nei laboratori situati al 65esimo e al 67esimo piano.

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Questo gioiello dell’architettura, dal fascino irresistibile senza tempo, è oggi però al centro di un fitto ginepraio che potrebbe cambiarne il futuro. Acquistato nel 2008 dall’Abu Dhabi Investment Council a 800 milioni di dollari, è stato recentemente rivenduto per soli 151 milioni. Gli acquirenti sono le società immobiliari Signa Holding e Rfr Holding, quest’ultima del tycoon americano-tedesco Aby Rosen. Una svendita clamorosa che pare svilire la storia dell’icona newyorkese, ma che in realtà rivela gli esiti di un rapporto spesa-guadagno non più sostenibile.

Gli spazi in affitto, prima occupati per lo più da uffici, hanno una resa molto bassa (si parla di circa 50 dollari al metro quadrato), e molti di questi hanno abbandonato la nave per trasferirsi in strutture dotate di maggiori comfort e supporto tecnologico. Le spese fisse, invece, sono aumentate nel tempo e ammontano oggi a 32 milioni da sborsare annualmente alla Cooper Union, un’università privata di Manhattan proprietaria del terreno su cui sorge. Il Chrysler Building è diventato, insomma, un fardello fatto di onori ma soprattutto di oneri, un tempio del futuro, ma pur sempre di un futuro di 90 anni fa.

Il gioiello Art déco nato alla fine degli anni 20 potrebbe cambiare il suo destino per sempre dopo una lunga crisi.

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Era il 1925 quando Walter Percy Chrysler fondò una casa automobilistica: con le linee dei suoi veicoli avrebbe scritto decenni di storia del consumo. La posta in gioco era alta, e per rimarcare i suoi crescenti successi (oltre che una malcelata mania di grandezza), si lanciò nell’impresa della costruzione del grattacielo più alto di New York. Un record che durò tuttavia pochi anni, superato presto dall’Empire State Building. Questo antagonismo tra “chi ce l’ha più alto” non ha tuttavia scalfito l’unicità stilistica del Chrysler Building, rimasto sede della Chrysler Corporation fino al 1953.

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Il capolavoro Art déco disegnato da William van Allen è un gigante in metallo e cemento armato dalle caratteristiche inconfondibili: la guglia in acciaio inox che svetta sullo skyline newyorkese, riconoscibile da ogni punto della città, si staglia aguzza come una cattedrale del XX secolo, le campate a tre archi e le finestre triangolari mimano la forma di un radiatore, poco sotto le guglie svettano delle aquile minacciose, moderni bestiari del credo capitalista americano. E ancora, come una bottega medievale (con l’uso dell’acciaio al posto del marmo) tutti gli elementi architettonici ornamentali furono creati artigianalmente nei laboratori situati al 65esimo e al 67esimo piano.

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Questo gioiello dell’architettura, dal fascino irresistibile senza tempo, è oggi però al centro di un fitto ginepraio che potrebbe cambiarne il futuro. Acquistato nel 2008 dall’Abu Dhabi Investment Council a 800 milioni di dollari, è stato recentemente rivenduto per soli 151 milioni. Gli acquirenti sono le società immobiliari Signa Holding e Rfr Holding, quest’ultima del tycoon americano-tedesco Aby Rosen. Una svendita clamorosa che pare svilire la storia dell’icona newyorkese, ma che in realtà rivela gli esiti di un rapporto spesa-guadagno non più sostenibile.

Gli spazi in affitto, prima occupati per lo più da uffici, hanno una resa molto bassa (si parla di circa 50 dollari al metro quadrato), e molti di questi hanno abbandonato la nave per trasferirsi in strutture dotate di maggiori comfort e supporto tecnologico. Le spese fisse, invece, sono aumentate nel tempo e ammontano oggi a 32 milioni da sborsare annualmente alla Cooper Union, un’università privata di Manhattan proprietaria del terreno su cui sorge. Il Chrysler Building è diventato, insomma, un fardello fatto di onori ma soprattutto di oneri, un tempio del futuro, ma pur sempre di un futuro di 90 anni fa.

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