Alaska: ai limiti della Terra
Montagne, ghiacciai, cascate, foreste vergini. E fumosi saloon, taglialegna barbuti e treni diretti nelle miniere d'oro. A bordo della nave Ruby Princess abbiamo attraversato il mitico Inside Passage e siamo partiti alla scoperta del più grande e selvaggio tra gli Stati americani. Che ci accolto con una sorpresa
La prima cosa a cui ho pensato prima di partire per l’Alaska è stato il Magic Bus, diventato meta degli accoliti dell’avventuriero solitario Christopher McCandless. Il sogno di vederlo è durato poco. Il catorcio di lamiera in cui morì McCandless, celebrato dal film Into the Wild, si trova nel mezzo della Stampede Trail, un sentiero impervio lontanissimo dalla capitale Juneau e dagli altri luoghi di questo mio viaggio. L’Alaska, d’altronde, con il suo milione e mezzo di chilometri quadrati di superficie è il più grande Stato americano, anche se conta solo 740 mila abitanti: come se una città poco più grande di Palermo fosse spalmata su un territorio grande cinque volte l’Italia.
Non ci sono molti modi per raggiungere queste terre selvagge. Io ho fatto base a Seattle, nello Stato di Washington, e da lì sono partito verso nord a bordo di Ruby Princess, nave della compagnia americana Princess Cruises, rappresentata in Italia dall’agenzia Gioco Viaggi. Badate: se siete avventurieri nell’animo allora il camper o la tenda vista stelle sono le soluzioni giuste per voi. Alaska significa libertà e non c’è modo migliore di sentire le sue vibrazioni positive che viverla all’avventura. La crociera permette altro: per esempio visitare più luoghi in pochi giorni, non doversi preoccupare del cibo e concentrarsi solo sul relax e le escursioni. Entrare nel selvaggio con ogni comodità.
DIARIO DI BORDO
GIORNO 1 – PIOGGIA E CAPPUCCINI
Dopo un volo di 10 ore sfido chiunque a essere fresco come un bocciolo. Ma il modo in cui Seattle ci accoglie complica le cose: il cielo è appesantito da una coltre di nubi e l’umidità trapana le ossa. Le plumbee e moquettose stanze del Westin Hotel non aiutano ad alleggerire il mood. Fortuna che ci sono il variopinto mercato di Pick Place, sul lungomare di Elliott Bay, e gli Starbucks a ogni angolo – non è una battuta, a Seattle ci sono più Starbucks che banche. Il giorno successivo la situazione meteo peggiora ma non c’è da meravigliarsi: nella città di Grey’s Anatomy il clima è «oceanico marittimo temperato», che tradotto vuol dire 200 giorni di pioggia l’anno. «Se c’è freddo qui, come sarà ai ghiacciai?» è la preoccupazione che serpeggia nella crew. Ma non c’è più tempo per le domande, dobbiamo imbarcarci. L’Alaska è dietro l’angolo. E ci sta aspettando con una grossa sorpresa.
GIORNO 2 – HAMBURGER PER TUTTI I FUSI
Ho scoperto che trascorrere un intero giorno serviti e riveriti su nave è abbastanza gradevole. C’è tutto il tempo per recuperare un po’ di sonno (comodissimo il letto matrimoniale della mia cabina esterna), mangiare con calma e leggere un buon libro nella piccola biblioteca di bordo (Furore di John Steinbeck, per restare in America). Con dolce amara consapevolezza constato che sulla Ruby non ci sono infanti ma neanche coetanei in libertà; moltissime invece le famigliole yankee mamma-papà-figlia-fidanzato che alle serate di gala vestono in giacca mimetica e degustano hamburger a qualunque orario (e fuso orario).
GIORNO 3 – NELL’INSIDE PASSAGE
Alle quattro e mezza sono sveglio. Sarà il fuso? L’eccitazione? Mi tranquillizzo quando mi rendo conto che alle 5 un buon pezzo di nave, compresi i miei compagni di viaggio, è già in sala colazione. Nottetempo il capitano, lo scozzese Ronald Wilson, ha condotto la Ruby Princess oltre la penisola di Cape Decision, nell’Inside Passage, il mosaico di fiordi, canali e insenature che permette un’agevole navigazione dal Canada all’Alaska. Prima tappa è Juneau, unica capitale americana non accessibile via strada. Juneau si visita in una mezza giornata scarsa passeggiando lungo Franklin Street, dove i palazzi storici sono stati ammodernati per ospitare fumosi saloon, ristorantini arredati con i motivi della gold rush – la celebre corsa all’oro che dal 1880 per le successive sei decadi permise a Juneau di produrre oro per 150 milioni di dollari, sette miliardi di oggi – e negozietti di souvenir per turisti.
Tip: Alla visita della capitale si può unire l’escursione al ghiacciaio Mendenhall, il più accessibile dell’Alaska, raggiungibile con una passeggiata di venti minuti dal centro visitatori della Tongass National Forest e l’avvistamento delle famiglie di balene che abitano nelle acque dell’Inside Passage. Fate molta attenzione all’imbarcazione che vi propongono i tour operator: più grande è, meno riuscirete ad avvicinarvi alle balene.
GIORNO 4 – ORO! ORO! ORO!
A Skagway – il porto più a nord dell’Inside Passage – ci arriviamo navigando lungo l’Upper Lynn Canal e il Taiya Inlet Skagway. Una delle prime curiosità amabilmente snocciolate dalla guida è un colpo al fianco per gli ipocondriaci del gruppo: Skagway ha mille abitanti ma zero medici. Se uno sta male deve andare a Seattle (2.600 chilometri) dalla dottoressa Meredith Grey oppure nella più vicina (si fa per dire, sono 165 chilometri) Juneau. Chissà se avevano bisogno di dottori le centinaia, migliaia di uomini che dal 1897 assalirono queste vallate alle urla Gold! Gold! Gold! La ferrovia che costruirono per raggiungere le miniere d’oro del Klondike ha dello straordinario considerate le asperità naturali e le temibili condizioni meteo di quegli anni. Quel serpentone di 172 chilometri che univa le vette dell’Alaska con le montagne canadesi dello Yukon cambiò il volto di Skagway, trasformandolo da un paesello di tende abitate da nativi a un casello di partenza per la corsa all’oro. La White Pass & Yukon Route funzionò 80 anni per fini commerciali, venne poi chiusa e infine riaperta nel 1988 come attrazione turistica.
Tip: A Skagway due sono gli edifici must see, entrambi club per i prospettori all’epoca della gold rush: la locanda Red Onion – le signorine sono abbigliate come ai bei vecchi tempi, ma oggi lavorano in qualità di guide – e l’Arctic Brotherhood Hall su Broadway St. Skagway è anche il punto di partenza per un’escursione insieme ai musher, gli addestratori dei cani da slitta. La maestosa Tongass National Forest ospita diversi campi base in cui vengono cresciute e addestrate le future generazioni di cuccioli per lo sleddog.
GIORNO 5 – TORRI DI GHIACCIO A BABORDO
Avete mai sentito dal vivo il rumore che fa un pezzo di iceberg quando si stacca e precipita in mare? È un «crack!» che fa rabbrividire, immaginate il crepitio di un cubetto di ghiaccio a contatto con l’acqua, moltiplicato per migliaia di volte. Durante la stagione calda suoni come questo rimbombano ogni giorno nel Parco nazionale e riserva di Glacier Bay, uno dei più spettacolari paesaggi di iceberg del mondo. Sulla Ruby non c’è un solo corrimano libero: siamo tutti al cospetto di Margerie, la locale Regina delle nevi, che a testimonianza della sua nobiltà ha il ghiaccio blu e una facciata abbastanza bizzosa. Se si sciogliessero, Margerie e il resto dei ghiacciai del sud-est alascano potrebbero riempire 40 milioni di piscine olimpioniche. Sarebbe un disastro immane che purtroppo sta diventando ogni giorno più realistico se si considera che rispetto al 1750 al Glacier Bay mancano all’appello 100 chilometri di ghiaccio. Allora viene da chiedersi: siamo solo stati fortunati a trovare l’inaspettata sorpresa di un clima così clemente, tanto da poterci permettere le t-shirt, oppure è un segnale di pericolo imminente? Nella vicina Anchorage, la città più fredda degli Stati Uniti, a luglio sono stati raggiunti i 32,2 gradi, la stessa temperatura di Miami, in Florida. «Our house is on fire», direbbe Greta.
Tip: Il Glacier Bay è immerso in un vasto territorio di 3,2 milioni di acri di foreste, montagne e ghiacciai, tutto ciò che serve per sperimentare una Sindrome di Stendhal en plein air. Nonostante sia anche Riserva della Biosfera Unesco, durante la stagione calda è possibile entrare con imbarcazioni private nella baia, previo ottenimento di un permesso.
GIORNO 6 – TATUAGGI E TOTEM
Lo sentite il suono, Ketchikan? Non fa venire in mente ghiacci che si frantumano ma seghe che affettano rami e accette che spaccano tronchi brandite da uomini con barba folta, tatuaggi e camicie di flanella. Loro sono i lumberjack, i boscaioli veraci che hanno ispirato l’outfit degli hipster di mezzo mondo. Un buon modo per vederli in azione è durante il Great Alaskan Lumberjack Show, uno spettacolo di un’ora dove due squadre di taglialegna formate da atleti professionisti si sfidano arrampicandosi su tronchi alti cinque metri e lanciando asce come fossero freccette. L’arena è stata costruita ad arte vicino al porto e lo spettacolo ha un chiaro imprinting commerciale, ma ne vale comunque la pena.
Tip: Il Ketchikan, paesino rustico di pescatori sull’isola di Revillagigedo, è il posto ideale per lanciarsi in attività all’aperto come la pesca al salmone, la canoa, lo ziplining, la guida fuoristrada e il kayak. Ma è anche il punto di partenza per scoprire un luogo magico, totalmente fuori dal tempo: il Totem Bight State Park. Nel parco aleggia un’atmosfera rarefatta e ispirante, merito della foresta che si unisce al mare e dei 14 totem (il Ketchikan possiede la più grande collezione di totem al mondo, se ne contano più di 80 in tutto il territorio) presenti, simili ad ancestrali guardiani della costa. I «pole», come li chiamano qui, non sono semplici decorazioni ricavate dai tronchi di cedro rosso ma rappresentano e rievocano le vite, i lutti e le leggende dei loro creatori, gli antichi Tligit, Haida e Tsimshian. È anche grazie a queste sculture che antropologi ed etnologi sono riusciti a ricostruire la storia dei popoli nativi del sud Alaska, da cui parte degli 8 mila abitanti di Ketchikan discendono.
GIORNO 7 – VICTORIA ON MY MIND
C’è ancora tempo per una capatina a Victoria, in Canada, che grazie ai suoi edifici in stile vittoriano e alle fioriture di ciliegio in gennaio, tulipani a marzo, lillà a maggio e rose d’estate può giustamente vantare il titolo della più british e regale tra le città canadesi. La sua bellezza, eleganza e serendipità le sono valse un posto nella classifica delle migliori città del mondo in cui vivere nel 2018, stilata dai lettori di Condé Nast Traveler.
Tip: in molti hotel e pub di Victoria si può sperimentare l’esperienza dell’high tea. A differenza del classico afternoon tea, l’high tea prevede un pasto più sostanzioso di accompagnamento (non solo biscottini), viene servito al tavolo (non su divanetti) e nel tardo pomeriggio. Si tratta di una tradizione più vicina alla vecchia working class inglese, che doveva attendere l’orario di uscita dal lavoro per gustare una tazza di tè, affiancandola a cibo più nutriente.
