Inviato: Lun Gen 19, 2004 7:33 pm Oggetto: UN VIAGGIO DA SOGNO
Premessa: sfortunatamente è un viaggio che ancora non ho potuto fare per svariate ragioni. Quindi, se leggete qualche amenità perdonatemi. Questo scritto non vuole avere certo la pretesa di essere niente più di quello che è: un insieme di pensieri e speranze.
Daniele
Ispirato dalla trasmissione Hotel California di Guido Prussia.
Vengo svegliato dalle consuete fini maniere dei fornitori della Coop. Li possino ammazzà. Fanno un casino bestia per spostare due pancali con quei loro sollevatori arrugginiti e le piattaforme cigolanti dei camion. Mi giro verso la sveglia. Sono solo le sette ed un quarto. Troppo presto. Provo a girarmi dall'altra parte, ma non funziona. Il baccano che fanno fuori è insopportabile. Stamani ci si alza presto. Mannaggia la miseria. Mi siedo davanti ad un caffè ed una brioche. Faccio colazione molto lentamente. Dopo essermi rassettato un attimino, cioè una spruzzata d'acqua sugli occhi e via, mi affaccio alla finestra per vedere che giornata sarà oggi e per sapere se le previsioni del giorno prima ci avevano azzeccato. Un sole accecante si staglia in un cielo così azzurro e limpido, che sembra quasi dirmi: sù, coraggio... prendi la moto, giuro di non farti prendere acqua... oggi. Peccato che alle due debba essere al lavoro. Già, il lavoro. Ci lamentiamo, lo odiamo, lo disprezziamo. Ma senza quello non potremmo vivere. Però, penso, esistono i giorni di ferie. Guardo l'ora e sono le otto passate. Il mio capo è già lì che suda (si fa per dire) davanti al computer del suo ufficio. Decido di chiamarlo subito. Pronto, Stefano... ciao sono Daniele, potresti mettermi in ferie?... Per quanto tempo? Non so, diciamo ad interim... Non sai cosa vuol dire? Beh... fattelo spiegare da Berlusconi, lui lo sà bene. Ci sentiamo presto, richiamo io, ciao e grazie. Dopo aver riattaccato la cornetta corro verso l'armadio. Prendo le prime cose che mi sono a portata di mano. Qualche maglietta , due paia di jeans, qualche ricambio d'intimo ed il giubbotto del centenario con l'immancabile gilet di pelle infilato sopra. Guanti, casco, tenda e ricambio. C'è tutto... spero. Quello che mi sevirà e che non ho preso lo comprerò strada facendo. Scendo le scale carico come un mulo. Percorro le poche decine di metri che mi separono dalla moto con le gambe che mi tremano. Non so perchè, ma ho come la sensazione che oggi farò qualcosa di importante. E di pazzesco. Carico tutto nelle borse e sul portapacchi del mio re. Metto in moto, ingrano la prima e via. Non sò ancora bene quale sarà la mia destinazione, ma più lontano è e meglio sarà per me. Imbocco l'autostrada. Ma perchè, a me non piace neanche. Boh. Arrivo ad un bivio. Nord o sud. Le previsioni, ieri, davano tempo instabile al sud e tempo buono al nord. Dato che a Firenze c'è il sole, e siamo al centro-nord, opto per il nord. Durante il viaggio rimugino su tante cose, ma ad una in particolare non sò darmi risposta. Perchè diavolo mi sono portato con me il passaporto. Per girare in Italia ed in Europa non serve. Dopo aver smesso di rimuginare, mi accorgo di essere in riserva. Mi fermo alla prima stazione e mi accorgo di aver passato di parecchio Bologna. Non che me ne importi tanto, ma cribbio se il tempo vola quando fai qualcosa che ti piace. Decido di proseguire, finchè avrò voglia di stare in autostrada. Mi accorgo troppo tardi dell'uscita per Bergamo, altrimenti sarei potuto passare a trovare la Danny. Sarà per un'altra volta. Così avrò la scusa, di andare a trovare una carissima amica, per chiedere delle altre ferie. Sempre che me ne restino. Arrivato nei pressi di Milano, mi fermo per un altro rifornimento. Appena uscito dalla stazione di servizio, il mio sguardo viene attirato dalle indicazioni per Malpensa. Decido di andare a vedere questa meraviglia, che tanti disagi ha portato ai cittadini. Dopo essere uscito dal casello, comincio ad intravedere l'aereoporto. Mentre mi dirigo verso di esso, un paio di 747 gironzolano intorno, evidentemente in attesa da parte della torre di controllo dell'ok per iniziare le manovre di atterraggio. Volare. Il mio più grande sogno. Poter pilotare un potentissimo e agilissimo caccia da superiorità aerea era, è e sarà per sempre il mio più grande sogno....... irrealizzabile. Quando sono più vicino all'aereoporto, noto che la scelta dell'ubicazione di una tale struttura è stata proprio malpensata. Sghignazzando nel casco, penso: almeno il nome l'hanno azzecato. Mi dirigo verso il parcheggio. C'è un gran bel movimento, taxi, pullman, gente di corsa. Poliziotti che vigilano su tutto e tutti. Decido di vedere anche l'interno, magari ne approfitto per mangiare un boccone. Per essere bello è bello, forse un pò freddina come struttura. Ad ogni angolo, dei monitor ricordano ai signori viaggiatori l'ora di partenza dell'aereomobile. Roma, Parigi, Londra....... New York City. Mentre addento un panino che sembra finto, mi scorrono davanti i fotogrammi iniziali della terza serie di Hotel California. Guido Prussia annuncia il contenuto della trasmissione da una pista di rullaggio di Malpensa. Milano-New York via aereo, e poi la grande avventura. New York- L.A. via motocicletta, e parte la sigla del programma. La mitica Hotel California degli Eagles, con in sottofondo il rombo di una moto. Peccato che non sia un'Harley ma una jap. Ancora con la birra in mano mi dirigo verso il banco informazioni dell'Alitalia. Chiedo se è possibile imbarcare la moto così com'è sul primo volo utile per New York. La gentile, e carina, signorina mi dice che la cosa è fattibile anche se non economicissima. Per farmi un preventivo più preciso mi chiede che moto devo trasportare dall'altra parte dell'oceano. Quando sente il nome Harley-Davidson, una strana luce gli si accende nei profondi occhi scuri. Mi guarda meglio e un pò imbarazzata dice che se lo immaginava, dato l'abbigliamento. Mentre il computer elabora i dati tira fuori una foto e me la mostra. E' lei sulla sua dragstar, comprata d'occasione. Dice che chi l'aveva avuta prima ha avuto buon gusto nel scegliere accessori e colori per l'aerografia. Gli snocciolo i dati del primo propietario e lei, un pò confusa, estrae il libretto di circolazione dalla tasca del suo giaccone e li controlla. Mi chiede come faccio a saperli, dato che lei è la seconda ed ulitima, per ora, propietaria. Le mostro la patente e vede che il primo propietario ero io. Intanto il computer ha sfornato il preventivo e dietro a me si è formata una coda chilometrica. Rimango sorpreso quando agguanta una collega e le dice che deve andare di corsa a casa. Con un cenno del capo mi fa segno di seguirla. Finiamo la nostra chiaccherata davanti ad una birra seduti su di una panchina. I minuti passano veloci e la birra finisce. Mi chiede cosa faccio stasera. Le rispondo che realizzerò un sogno, e farò una pazzia. Mi fissa con uno sguardo così intenso che sono costretto a distogliere lo sguardo dal suo bel volto e dai quei suoi occhi così belli e penetranti. Preoccupatissima mi chiede qual'è la pazzia e qual'è il sogno. Rispondo che sono la stessa cosa e che per realizzare questo sogno devo essere proprio un pazzo. Ma poi, chi è il vero pazzo? Colui che parla da solo? Forse i pazzi siamo noi, per lui, che corriamo dietro a falsi miti e false necessità creati dai maghi del consumismo e del business per farci spendere quei pochi soldi che ci avanzano dalle tasse. I pazzi siamo noi che calpestiamo la natura e i diritti degli altri solo per soddisfare i nostri bisogni. Ma quali sono i nostri bisogni. Un'auto potente? Per correre dove? Un cellulare che ha tutte le funzioni tranne una.. quella di fare telefonate. Un pantalone, un maglione o un paio di scarpe fatte da un bambino che lavora tutto il giorno per una ciotola di cibo. Trattiamo molto meglio i nostri amici gatti e cani. Lei mi guarda con un espressione come se stesse pensando "oddio questo ora mi violenta". La saluto e le dico che vado negli States accompagnato dalla mia moto. Un bacio, una stretta di mano e poi le dico addio. Lei mi risponde che è solo un arrivederci, e mi passa un bigliettino col suo indirizzo. Il mio...... ce l'ha già. Mi indica lo sportello giusto per fare le pratiche e poi ci salutiamo nuovamente. Sbrigate le lunghe formalità, vengo finalmente chiamato a portare la moto nella zona d'imbarco. Seguo con attenzione il fare degli addetti. Sono tutti molto bravi ed esperti, e trattano con cura la moto. Finite le operazioni uno di loro mi saluta porgendomi la mano e augurandomi "Buon viaggio fratello". Dalla manica della tuta intravedo un bicilindrico tatuato sul suo avambraccio. Due fratelli in un sol giorno. Sembra un sogno. Non solo per questo, ma anche perchè sto salendo la scaletta dell'aereo che mi porterà per la prima volta nella mia vita negli Stati Uniti d'America. Una volta imbarcato prendo posto e cerco di rimanere il più tranquillo possibile. Sto per volare. Ma allora..... deve essere proprio un sogno. Finalmente si parte e dopo poco siamo in volo fra le nuvole di questo splendido cielo che oggi non mi ha fatto prendere acqua. Riesco a prendere sonno abbastanza facilmente, anche perchè la giornata è stata lunga e dura. Tanti chilometri in moto, ora il volo. Ripenso a lei e cerco il bigliettino che mi ha dato. Non so neanche il suo nome. Dopo un momento in cui credevo di averlo perso riesco a trovarlo. Si chiama Deborah. Con l'acca. Bah, non ho mai capito che differenza ci sia con quello senza acca. Chiudo gli occhi e mi addormento. Dopo un pò vengo svegliato dalla hostes che mi avverte che siamo in fase di avvicinamento al JFK e mi porge una tazza di caffè. La ringrazio e tracanno giù il caffè bollente per svegliarmi più in fretta. Cribbio. Ho dormito per quasi dieci ore filate. Mai dormito così bene, però. L'atterraggio è un attimino meno delicato del decollo, ma tutto sommato non traumatico. Dopo la lunga fase di rullaggio, sembrava quasi di essere in coda all'ovonda alla Fortezza, l'aereo si ferma. I portelloni si aprono e ci viene fatto segno che possiamo scendere. Mentre sto per scendere gli ultimi scalini, mi passano im mente le parole di Amstrong sulla Luna "Un piccolo passo per un uomo.... un grande balzo per l'umanità". Le suole dei miei texani stanno per toccare il suolo americano. Mi verrebe quasi da inginocchiarmi e baciare il terreno ma è meglio posticipare sta cosa. Qui, il servizio d'ordine è al massimo stato d'allerta e potrei essere scambiato per un mussulmano. Degli strani bagliori sui tetti richiamano la mia attenzione. Non sono luci. Poi intravedo una figura di uomo con un berretto di tipo militare indossato con la tesa sulla nuca. I cecchini. Cazzarola che servizio d'ordine. Beh, dopo quello che è successo non c'è da stupirsi. La coda allo sportello per gli stranieri non è poi così lunga. Ho visto di peggio per cose più futili. Molto più lunghe sono le pratiche da sbrigare per sdoganare la moto, benchè sia americana. Dopo un bel pò di tempo, mi viene in contro un sorridente impiegato. Mentre si avvicina a me esclama "Welcome in the United States of America!!!" e sorridente mi porge i documenti. Finalmente posso lasciare l'aereoporto e partire. Lo ringrazio e mi dirigo a passo svelto verso la zona di sdoganamento. L'attesa è stata lunga ma finalmente potrò guidare sul mitico blacktop americano. Due inservienti mi hanno sistemato i bagagli sulla moto ed un altro mi porge il casco e mi augura buon viaggio. Mi indicano il percorso per raggiungere l'uscita. Non ci vuole poi tanto a seguire una striscia gialla per terra, penso io. Sorrido e li ringrazio. Mi infilo il casco e metto in moto. Lascio scaldare il motore mentre finisco di sistemarmi casco, guanti e giubbotto. Dopo tanto ingrano la prima e via. Il pseudo asfalto che porta all'uscita è di uno scivoloso che sono costretto a tenere entrambi i piedi a pochi millimetri da terra per mantenere l'equilibrio. Raggiunta l'uscita mi rendo conto che il traffico di Firenze è ben poca cosa rispetto a quello americano. E non sono ancora a New York. Bene o male riesco ad infilarmi in un "buco" creato da un taxi che parcheggia. Sono on the road, ma non so dove andare. Dopo un paio di miglia, fra l'altro percorse ad una velocità ridicola, mi fermo ad una stazione di servizio old style. Per loro... da noi sono tutte così. Un uomo sulla cinquantina si avvicina e mi fa cenno che quella non è la pompa con il carburante adatto. Chiedo scusa e gli dico che vengo da fuori. Sorridendo ribadisce -Evidentemente da molto fuori-. Dopo un breve riepilogo del viaggetto chiedo se mi può indicare la strada per N.Y. Mi risponde che non è molto semplice, ma se faccio in tempo a raggiungere il pullman che è appena partito mi porterà dritto dritto nel cuore della città. Lo ringrazio nuovamente e mi affanno a rincorrere un pullman grigio, stando attento ad eventuali pattuglie della polizia. Dopo un paio di sorpassi degni di Carl "King" Fogarty, riesco ad entrare nella scia del pullman e mi rendo conto di aver già visto qualcosa di simile. Non ricordo bene, forse in qualche film o su uno dei tanti libri che ho a casa. Mah, non ricordo proprio. Ad un tratto il pullman rallenta, mette la freccia ed accosta. Lo supero, per poi fermarmi qualche yarda più avanti, e con mia grande meraviglia vedo un grosso levriero grigio sul fianco del pullman. Ora ricordo! E' un mitico Greyhound. Un altro pezzo di storia on the road americana. Il bestione riparte, mi lascio sorpassare e mi rimetto in scia sotto gli sguardi incuriositi dei viaggiatori. Per fortuna si fermerà solo altre due volte. C'è chi ci ha attraversato gli Stati Uniti da costa a costa a bordo di questi pullman. Le stazioni della Greyhound hanno anche fatto la storia per lo stile con cui venivano costruite. Naturalmente questo accadeva negli anni in cui un certo Jack Kerouac dava vita alla beat generation. Attraversando quei luoghi, ho come la sensazione di averli già visti. A casa ho molti libri con innumerevoli foto, ed ancora di più ne ho nel computer, ma quella zona ha un qualcosa di particolare. Ci fermiamo ad un semaforo rosso. Tutte queste villette con sullo sfondo le torri del JFK mi fanno venire in mente, dopo un bello sforzo, che sono nella zona dove un aereo cadde dopo poco l'unidici di settembre. Si credette, all'inizio, ad un altro attentato ed invece fu colpa di pezzi di ricambio di seconda mano. Scatta il verde e ci muoviamo. Un cartello, da quello che capisco, indica il Brooklyn bridge. A questo punto saluto il grigio levriero e me lo lascio alle spalle. Negli specchietti vedo accendersi per due volte gli occhi del levriero ed una mano sporgersi dal finestrino. Contraccambio il saluto ed accelero. Mentre arrivo nei pressi del ponte, inizio a scorgere lo skyline di Manhattan. D'istinto i miei occhi vanno a cercare le twin towers. Non esistono più. Distrutte. Cancellate. Spazzate via dalla follia distruttiva di un popolo il cui scopo principale è quello di portare morte e distruzione nel mondo in nome di chissà quale dio, in quanto solo loro sono i fedeli. Gli altri sono solo degli infedeli che meritano di morire. Insieme alle torri sono state spazzate via migliaia di vite umane. Innocenti che se ne sbattevano altamente i coglioni di Bin Laden e della sua manica di folli. Persone il cui unico scopo nella vita era di vivere in pace la propria esistenza, lavorando, coltivando le proprie passioni. Prendersi cura dei loro figli, insegniandogli a giocare a baseball o a football. Passare delle splendide giornate in Central Park. Tutto finito. Tutto spezzato in un battito di ciglia. Fra loro, centinaia di vittime fra i soccoritori. Pompieri, poliziotti, paramedici. Solo i firefighter hanno avuto 343 compagni caduti in azione. La chiamata è avvenuta al cambio del turno, così anche il personale del turno smontante ha rivestito la divisa e si è unito ai colleghi del turno montante. Solo quando erano sui loro mezzi hanno saputo dove e perchè correvano. Persone che non hanno esitato un attimo a correre in soccorso dei loro concittadini, dei loro amici. Persone che non hanno esitato un attimo a sacrificare la loro vita per salvare la vita di altri. Per le persone religiose di tutto il mondo, e gli americani lo sono molto, è importante poter pregare sulla tomba dei propri cari. Che siano morti di morte naturale, vittime d'attentati o altro non ha importanza. La scomparsa di una persona cara è sempre una tragedia. E il pensare che migliaia di queste famiglie non avranno questa possibilità rende ancor di più atroce la cosa. Mentre attraverso il ponte cerco di distogliere questi pensieri dalla mia mente, ma è difficile. E pensare che ora mi chiedono di pregare per la pace in Iraq. Altro che pace, bisognerebbe tirare tanti di quei calci in culo a Saddam e compagnia bella da farli esiliare si, ma sul sole. Ma questi sono pensieri che cavalcano l'onda dell'emotività. Sentimento che spesso ci porta compiere azioni di cui poi, razionalmente, ci pentiamo. Trovare il giusto equilibrio fra razionalità, troppo spesso fredda e insensibile, ed emotività porterebbe questa nostra società sulla buona strada per la pace, la tranquillità e la serenità. Sfortunatamente per noi, siamo solo uomini e dobbiamo fare i conti con i nostri limiti. Riesco finalmente a distogliere la mia mente da questi pensieri e concentrarmi su ciò che sto facendo. E cioè imboccare un senso vietato. Fortuna che non c'è nessuno. Stando attento faccio una manovra d'arresto immediato, fortuna che non ci sono poliziotti in giro. Un gruppo di bambini ride. Mi volto verso di loro e li saluto. Contraccambiano con entusiasmo. Decido di mettermi in cerca di un piccolo albergo, ma non so da che parte rifarmi. Gironzolo un pò a casaccio seguendo la riva, finchè non intravedo una coppia di poliziotti appiedati. Mi farò consigliare da loro. Rallento, metto la freccia e mi fermo qualche metro più avanti. Mentre aspetto i due policemen, mi sfilo il casco ed i guanti, per evitare ogni sorta di problema. Quando sono abbastanza vicini, faccio loro un cenno. I due uomini di colore si fermano con controvoglia. Forse li sto distogliendo dal loro lavoro. Chiedo loro se possono indicarmi un hotel od un centro informazioni per turisti. Optano per il centro informazione. Dopo avermi spiegato in maniera semplice ma completa il tragitto mi salutano e continuano il loro giro. Mentre mi risistemo ripasso mentalmente ogni indicazione datami. Riparto, e facendo attenzione alla segnaletica riesco a trovare lo sportello informazioni. Mentre mi dirigo di esso, mi compiaccio con me stesso per essermi districato abbastanza bene nel traffico metropolitano di New York. Arrivato allo sportello trovo una brutta sorpresa. Chiuso. E' attivo solo lo sportello elettronico fai-da-te. Poco convinto inizio con lo spippolare sulla tastiera, in cerca di qualcosa di economico. La lista degli alberghi è piuttosto lunga e non riesco a capire se esiste un modo per imettere una sorta di filtro per la scelta della categoria. Dopo alcuni vani tentativi decido di arrendermi e di scorrere tutta la lista. Dopo altri svariati minuti -fortuna che nessun altro aveva bisogno dello sportello- riesco a trovare una breve lista di alberghi economici. Scorro la lista con gli occhi ed un nome vagamente italianeggiante, colpisce la mia attenzione. Mi annoto l'indirizzo e lo cerco sulla cartina posta affianco dello sportello. Cristo!! -esclamo- è dall'altra parte della città. Mi faccio coraggio e risalto in moto. Dopo aver assaggiato nuovamente il traffico newyorkese arrivo al piccolo hotel giusto in tempo per l'ora di cena. Entrando, la porta smuove alcuni sonagli appeso al soffito. Una donna sulla sessantina mi viene incontro dalla sala da pranzo e chiede cosa può fare per me. Chiedo se hanno una stanza libera per circa quattro-cinque giorni. Mi risponde che sono fortunato e che mi può dare l'ultima camera singola che hanno. Mi chiede anche se ho già cenato. Rispondo che sono appena arrivato dall'Italia e che gradirei mettere qualcosa sotto i denti prima di andare a letto. La signora, non molto stupita del fatto che arrivi dall'Italia, mi suggerisce, anzi, mi offre di cenare in camera, in modo da potermi rilassare e riposare meglio. Mi consegna la chiave e mi scorta alla porta della mia camera. La stanza non è molto grande, ma c'è tutto. Un bel letto comodo, un comodino, un armadio ed una favolosa doccia. C'è pure la tv. Mentre aspetto la cena, mi rinfresco abbondantemente sotto lo scroscicare dell'acqua tiepida. Dopo pochi minuti che sono uscito dal bagno, ecco che torna la signora con la mia cena, tipicamente italiana. Pasta, carne ed insalata. Il tutto annaffiato da un buon vino rosso. Mi dice che il vassoio verrà portato via domani mattina dalla addetta alle pulizie. La ringrazio nuovamente e lei mi augura buon riposo. Mentre mangio accendo la tv, per vedere un pò com'è questa tv americana, dato che quella italiana fa schifo. Il caso vuole che il primo canale memorizzato sia quello sportivo. Stanno dando la differita di una partita di baseball. E chi cambia canale! Mi incollo allo schermo e seguo con attenzione lo svolgersi del match. In sovraimpressione appare il riassunto della gara, ovvero il tabellone. I Florida Marlins conducono 2 a 1 sui Cleveland Indians. Siamo nella seconda metà del nono inning, cioè alla fine. Florida difende il suo unico punto di vantaggio. Cleveland è riuscita a piazzare in terza base il punto del possibile pareggio, ma gli è costato ben due eliminazioni. Al piatto di battuta si avvicina quello che potrebbe essere il punto della vittoria per gli Indians. La tensione è palpabile. I giocatori masticano più nervosamente del solito il loro tabacco. Il pubblico incita i propri beniamini fino a rimanere senza voce. L'allenatore dei Marlins chiede una sospensione per andare a parlare col suo lanciatore e discutore su come affrontare quello che sembra essere un osso duro. Dopo un paio di minuti di frasi sussurrate negli orecchi e con le mani a nascondere i labbiali, l'allenatore lascia il monte di lancio incoraggiando i suoi ragazzi. Sull'altra panchina nessuno muove un muscolo. Tutto è nelle mani del loro battitore. L'arbitro segnala che è il momento di giocare. Sullo stadio scende un silenzio tombale. Il momento è topico ed i giocatori devono potersi concentrare al massino. Il lanciatore inizia il suo lento movimento per poi scagliare una vero missile nel guantone del suo ricevitore. Il velox segnala 106 mph. Una vera palla di fuoco. Il battitore non si è nemmeno mosso. Forte e dritta, senza troppi complimenti. Come se il lanciatore volesse dire al battittore "Non ho paura di te". L'arbitro chiama il primo strike. I tifosi dei Marlins esultano. Dopo un attimo in cui la tensione si era un pò allentata, ecco che risale. E' il momento del secondo lancio. Il lanciatore esegue per l'ennesima volta il suo lento movimento e scaglia una seconda palla veloce. Il battitore gira e colpisce in pieno la palla. La mazza si spezza in due. Il battitore, incurante del fatto, inizia a correre. La palla vola alta e veloce verso l'esterno destro, che corre verso di lei. Anche l'esterno centro corre in appoggio all'esterno destro. Il giocatore degli Indians che era in terza, al momento della battuta, è scattato verso casa-base. La palla vola oltre la recinzione. E' un fuori campo. Splendido! Colpi di questo tipo se ne vedono pochi. Ciò vuol dire che i due giocatori degli Indians possono correre tranquillamente verso casa-base e assegnare così i due punti della vittoria per Cleveland. La partita si chiude qui, non c'è nemmeno bisogno del terzo giocatore eliminato. Non cambierebbe niente. La panchina degli Indians esplode letteralmente di gioia. I giocatori saltano, si abbracciano, si scambiano pacche e high-five. Sull'altra panchina invece, ci si rammarica per una sconfitta non meritata... ma gli sport americani non prevedono il pareggio. Si vince o si perde. Qualcuno accenna ad un pianto di sfogo, dopo una lunga e dura partita. Finiti i festeggiamenti e le formalità da parte del gruppo arbitrale, le due squadre si scambiano le consuete strette di mano e i complimenti per aver giocato bene. I saluti vengono sfumati dalla immancabile pubblicità. Decido quindi di spengere la tv e di cercare di dormire un poco. Mentre vado a letto mi riprometto, appena torno a casa, di installare la parabola per continuare a seguire questo splendido sport. Non faccio in tempo a terminare il pensiero che cado in un sonno profondo. Alle sette di mattina sono già in piedi a rinfrescarmi la faccia. Quando qualcuno mi disse, che quando sei in un luogo dove da tanto tempo desideravi esserci non importa della sveglia per alzarsi, non ci credevo. Mi sono ricreduto. Solo che non ricordo più se ho letto sta cosa oppure me l'hanno detta. Comunque, scendo in fretta le scale per andare a fare colazione e iniziare il mio tour di New York. Al bancone non ritrovo la gentile signora, ma quello che sembra essere suo figlio. Ci scambiamo il buongiorno e subito dopo mi ritrovo davanti una tavolata buffet per la colazione. C'è l'imbarazzo della scelta. Scanso immediatamente il caffè. Anzi, quell'acqua colorata di scuro che loro chiamano caffè. Opto per una spremuta di agrumi ed un panino ben imbottito. Oggi dovrò fare parecchia strada a piedi. Non me la sento di girare troppo in moto in una città dove non conosco bene i lugohi dove parcheggiare e soprattutto il codice della strada. Qui non scherzano! Dopo aver fatto colazione lascio detto che non mi aspettino per pranzo. Mangerò qualche troiaio in un qualche fast-food. Dopo essermi procurato biglietti e cartina della metropolitana esco per un primo giro. La prima tappa è ovviamente Ground Zero. Quell'enorme cratere che rappresenta l'infamia, la vigliaccheria e la follia del fanatismo religioso che un uomo può sviluppare nella sua mente. Mi dirigo verso la stazione più vicina. Sono pochi passi, ma tutti fatti col naso all'insù per ammirare la maestosità dei grattacieli di questa città-simbolo degli States. Una lunga scalinata mi porta sotto terra. E' la prima volta che prendo la metropolitana. A Firenze non esiste. Salgo sopra e in pochi minuti arriviamo a destinazione. Anzi, per essere più precisi, quasi a destinazione. Si, perchè una delle fermate della metro era propio sotto le Torri Gemelle. Un'altra lunga scalinata mi riporta alla luce del sole. La metro, penso, sarà anche comoda, veloce....... ma quanto è triste. Non vedi niente se non un muro che scorre via veloce davanti a tuoi occhi che cercano disperatamente qualcosa da ammirare. Faccio a piedi il resto del tragitto. Sempre col naso rivolto verso il cielo. Dopo aver scarpinato per un bel pò, arrivo finalmente sul luogo del disastro. Impressionante. Non esistono parole per descrivere la scena che ti si apre davanti agli occhi. Quasi rimpiango il muro della metro. Il vuoto che ti prende dentro ti lascia senza fiato, non riesci a guardare per più di qualche secondo. Sul terrazzo, molte persone lasciano una scritta, un ricordo. Altri pregano, qualcuno piange. Devo andarmene, non sopporto più quella vista. Piantina alla mano inizio un giro senza capo ne coda. Fortuna che la città è stata costruita secondo uno schema molto semplice, quindi perdersi è abbastanza difficile. Cammino e cammino. Non so quanto. Il tempo sembra quasi azzerarsi quando fai qualcosa che ti piace. In un negozio mi sono comprato una macchina fotografica usa-e-getta. Inizio a scattare qualche foto e penso "Qui ci vorrebbe Gennaro col suo occhio digitale", ma è un attimino fuori mano. Faccio del mio meglio per fare qualche scatto non troppo banale. Per pranzo decido di fermarmi ad una di quelle bancarelle che si vedono nei telefilm polizieschi. Quelle situate agli angoli delle strade dove i detective si fermano a fare uno spuntino veloce o parlano con qualche informatore. Un uomo di colore mi serve un hot-dog molto caldo e farcito di ogni schifezza immaginabile. Il sapore non è male, ma ci si inzozza in maniera orrenda. Mangiando mi viene in mente la gag di Albanese nei panni del siciliano che fa visita ai parenti in America. Lo portano a mangiare l' hot-dog, cane caldo in italiano, ed esclama "Ma con tutte le parti del cane... propio la minchia mi doveva capitare!?" Mentre mi allontano dalla fumante bancarella, l'ennesima sirena rompe i timpani. E pure qualcos'altro. Camminando osservo le persone e il loro modo di muoversi. Alla prima occhiata sembrano uguali a noi, ma se guardi più attentamente puoi notare quanto siano fieri e orgolgiosi di quello che sono. Americani. Mentre rifletto su questo vengo attirato da una voce profonda e ben impostata. Proviene da dietro l'angolo e non sono il solo ad esserne attratto. Sembriamo tanti Ulisse di fronte al richiamo delle sirene. E' un imbonitore che sta cercando di vendere qualcosa. La gente non è troppa convinta e si toglie di mezzo. Sul banchino noto delle foto e dei cd. Sto tizio ha pensato bene di fare della tragedia delle Twin Towers un business. Vende cd, dvd, piccoli opuscoli di quel maledetto giorno. Lo mando 'affanculo e giro i tacchi. Che schifo!! Basta. Ho deciso. Domani giratina con la moto a Central Park e poi me ne vado. La strada chiama. Riprendo la metro e torno al mio alberghetto. Arrivato, trovo la gentile signora che sta discutendo col figlio. Prendo la chiave e vado a rinfrescarmi prima della cena. Quando scendo la situazione è più tranquilla e comunico la mia decisione. La signora non fa troppe storie. Saldo il conto e vado a cena. Durante la cena comincio a pensare che tutto ciò sia veramente un sogno. Provo a darmi dei pizzicotti. Una volta ritiratomi in camera, inizio a programmare la giornata di domani. In mattinata, visita a Central Park con pranzo e poi via verso sud alla volta di Gettysburg. Il tragitto che separa l'albergo dal parco è abbastanza semplice, almeno a vederlo sulla mappa della città. Ovviamente non ci sono segnati eventuali sensi unici o vietati. Mentre consulto la mappa della città, la tv è accesa su mtv. Che schifo. Ti sfornano una dietro l'altra queste boy band tutte uguali. Tutte queste stelline che se la tirano perchè hanno fatto un disco che ha venduto parecchio. Magari questo disco rimarrà l'unico della sua breve carriera. Ma non importa. Ora è una star della musica. Anche la musica è stata travolta dal fattore consumismo. Nasce una stella che brillerà per un paio d'anni. Spenta lei, se ne accenderà un'altra. Molto simile, per non dire uguale alla precedente. E così via, mentre tanti musicisti di qualità continueranno a fare la gavetta. Spengo la tv, ripiego la mappa e mi metto a dormire. La nottata scorre veloce. Un timido sole si affaccia alla finestra della camera e mi sveglia. O perlomeno ci prova. Ancora con gli occhi abbottonati cerco la porta del bagno per farmi una doccia. Dopo la doccia mi sento meglio, pronto per affronatre una giornata fatta di chilometri in sella alla mia moto. Preparo i bagagli, cercando di occupare meno spazio possibile nelle borse e di lasciare a portata di mano attrezzi -e qui tocco ferro, anzi legno dato che sono in america- mappa e tuta anti pioggia -e mi ritocco-. Non è facile ma ci riesco. Prima di fare colazione scendo a caricare la moto. Per sicurazza provo ad accenderla. Nessun problema. Un tocco ed il motore comincia a borbottare. Il suono degli scarischi riecheggia nel parcheggio. Spengo, chiudo tutto e vado a fare colazione. Stamani mi abbuffo. Panino, brioche, cappuccino e spremuta. Con la pancia piena torno per l'ultima volta in camera a prendere le ultime cose. Quando scendo, trovo la gentile signora ad aspettarmi. Restituisco la chiave e la saluto. La signora, mi ringrazia e come se fosse mia madre mi dice di stare attento e di andare piano. La rinfranco e la saluto con un bacio come lo darei a mia mamma. Scendo nuovamente le poche scale che portano al parcheggio. Metto in moto e ripeto quei gesti ormai classici. Bandana al collo, casco ben calzato e allacciato, e guanti. Il motore è caldo. Salto sù e innesto la prima. Lo stack del cambio riecheggia nel landrone. Lentamente lascio scivolare la frizione, e con un pelo di gas la moto comincia a muoversi. Strano. Sembra che siano anni che non guido. Esco dal parcheggio e svolto verso Central Park. Il tragitto è breve. Il traffico non è poi così caotico come viene dipinto, quando ci si è preso al mano. Raggiunto il parco, devo trovare un parcheggio dove lasciare la moto. Comincio a girare intorno, e ad ammirare quel contrasto. Sembra quasi ci sia una sottile linea che separa la città fatta di asfalto, cemento, acciaio, vetro e smog da quella vera e propria oasi di verde. Mi viene quasi da gridare "Terra! Terra! Terra!", come se fossi un novello Colombo dopo aver navigato nel cemento. Dopo un pò trovo un posticino dove lasciare la moto. Spero di non trovarci la multa al mio ritorno. Comincio così la mia passeggiata. La bellezza del parco ti fa distogliere l'attenzione da tutti quei grigi palazzi che lo circondano. Il parco è disseminato di laghetti, piccoli ruscelli e tante stradine percorse da ciclisti, mamme che fanno footing o jogging -che differenza ci sia lo sanno solo loro- spingendo il passeggino con dentro il bebè. Mah. Altri pazzi che sfrecciano sui roller-blade o su mezzi a trazione umana fanno bella mostra di sè in piccoli piazzali dove si esibiscono in evoluzioni stile esame pratico per la patente della moto. Poi, ci sono le persone che sfruttano il parco per rilassarsi con un bel libro o ascoltando della buona musica. Altri, più giovani, imitano i loro beniamini del football o del baseball. C'è anche chi azzarda due calci al pallone. Sembra di essere in un'altra città. Forse su di un altro pianeta. A proposito di musica, sparsi qua e là per il parco ci sono anche dei gazebo dove piccole orchestre o band allietano i passanti. Non mancano i poliziotti, ovviamente. Noto con piacere che ci sono anche dei ristoranti. Credo che mi fermerò a mangiare qui, in questa oasi di verde in mezzo ad un deserto di cemento. Continuando la passeggiata, riconosco alcuni luoghi, per averli visti durante la maratona. In alcuni palazzi, credo di riconoscere alcune location di film. Cammina cammina si è fatta ora di pranzo, e lo stomaco comincia a reclamare la sua dose di nutrimento. Trovato un locale che reputo a buon prezzo, mi siedo in attesa che si faccia vivo qualcuno. Dopo poco un cameriere arriva sorridente col menù. Speravo in una cameriera. Pazienza. Mi avverte che alcuni piatti oggi non sono disponibili per mancanza di materia prima. Comincio a sfogliare il ricco menù. Tanta roba buona, ma decido di andare sul leggero. Non senza qualche intoppo riesco ad ordinare il pranzo. Per ingannare l'attesa, il solerte cameriere mi porta una copia di USA Today. La prima pagina che cerco è quella del meteo. Ho deciso di andare a Gettysburg, ed è meglio che controlli le prevesioni. La carta non è precisissima, ma forse riuscirò a scansare la pioggia. Arriva il primo. Poso il giornale e comincio a mangiare. Le mie papille gustative non riescono a credere a ciò che stanno gustando. La pasta è al dente. Mi aspettavo uno di quei piatti che una volta infilata la forchetta tiravi tutto su. Piatto compreso. Appena posata la forchetta sul piatto vuoto, ecco che arriva la carne. Un tempismo perfetto. Tenera è tenera, ma un pò troppo al sangue. Le patatine sono il massimo per il fegato. C'è più olio in questo piatto che nel motore della moto. Mentre finisco le patatine butto un'altra occhiata al giornale. Dopo essermi rilassato le mascelle, pago il conto e torno verso la moto. Ad un chioschetto di souvenirs compro la cartina stradale, con la speranza di capirci qualcosa. Tornato alla moto, dispiego la cartina su di una panchina e cerco di trovare la strada per Gettysburg. La prima cosa che riesco a dedurre è che devo andare verso sud. Per il resto buio assoluto. Mi preparo, scaldo la moto... innesto la prima e via. L'ora è un pò critica, non c'è molta gente a giro se non turisti. Continuo ad andare verso sud, ma sono sempre a Manhattan e devo lasciare l'isola. Ad un angolo vedo un uomo che turista non è. Mi fermo e chiedo delucidazioni sulla strada da prendere. Il gentile ometto mi dice che sono sulla strada buona, che poco più avanti dopo tre o quattro semafori sulla sinistra -e indica la destra con la mano- c'è l'imbocco della strada che mi porterà fuori dall'isola in direzione sud. Ringrazio e riparto. Dunque...... devo svoltare dopo tre o quattro semafori. Mah... farò testa o croce. Proverò a svoltare a destra, dato che ero sul lato destro di Central Park. Dopo il secondo semaforo trovo l'indicazione per la strada indicatami dal simpatico ometto. Meno male. Imbocco così, quello che sembra essere un raccordo autostradale. Stando attento alle indicazioni per il sud, mi immetto nel lungo serpentone di auto. Attraversato un ponte sono finalmente fuori da Manhattan. Inizio così il mio viaggio verso Los Angeles. Strano però.... non avevo ancora deciso quale sarebbe stata la meta finale del viaggio. Boh, pensiamo a raggiungere la prima tappa. Lasciata Manhattan, il paesaggio cambia notevolmente. Il cemento e l'asfalto lasciano il posto ad una bella campagna che mi accompagnerà per molto tempo. Passo l'ennesimo paesello, o cittadina, ma questo mi colpisce. In una parte di esso, sembra quasi di venire catapultati nel passato. Uomini e donne vestono con abiti di stile antico. Non un palo per la corrente o il telefono. Non una macchina. Solo carri trainati da cavalli. Rallento, cercando qualcuno che possa darmi una spiegazione a questo. Sull'altro lato della strada, scorgo un chiosco con una ragazza vestita in maniera normale. Accosto e chiedo dove diavolo sono finito. La ragazza, molto gentilmente mi spiega che sono in una comunità Amish. Queste persone hanno deciso di seguire alla lettera una raccomandazione scritta da un tizio di cui non ricordo più il nome. Lettera scritta sulla bibbia, nella quale afferma di non conformarsi con lo stile di vita del proprio tempo. Così, sono fermi a qualche decennio, se non secoli fa. Tutte le donne indossano lo stesso tipo di abito, adottano la stessa acconciatura. E così anche gli uomini, stesso abito stessa pettinatura. l'unica differenza è nella barba. Quando si sposano smettono di tagliarla. Si tagliano solo i baffi. La ringrazio e riparto. Nel breve tragitto che mi separa dall'ultimo incrocio, che segna il confine della cittadina, vedo un uomo ed un ragazzo che cercano di disimpantanare un carro carico di grano. Lo fanno con un vecchissimo trattore e un paio di cavalli. La cosa stupefacente, per noi occidentali, è che lo fanno con calma. Senza fretta e senza arrabbiarsi se non riescono a tirarlo fuori alla prima. Persone strane ma affascinanti. Ma il viaggio continua e me le lascio alle spalle. Mi fermo a fare il pieno. Memore della figura di qualche giorno fa, guardo con attenzione le scritte sulle pompe. Mentre faccio il pieno, un signore sulla cinquantina si avvicina e mi dice che oggi non è la giornata adatta per andare in moto verso sud. C'è in atto un grosso temporale ad una ventina di chilometri da qui. Rispondo che sono abituato a viaggiare sotto l'acqua e sono attrezzato. Riposta la pompa e pagato, tiro fuori dalla borsa la tuta e i guanti per la pioggia. La indosso, anche se mi sento un imbecille a girare con la tuta anti-pioggia........ senza la pioggia. Infatti, dopo poco la partenza mi affianca uno smanettone con una Ninja leggermente modificata al posteriore. Ride e spalanca il gas. Io guardo il cielo e comincio a sghigniazzare. Stanno arrivando nuvole nere e minacciose. Qualche goccia portata dal leggero vento mi sporca la visiera. Dopo mezz'ora la pioggia viene giù copiosa. Sotto un viadotto vedo l'amico smanettone fermo, fradicio come un pulcino appena nato. Colpetto di clacson per attirare la sua attenzione e lo saluto. La pioggia mi farà compagnia fin quasi a Gettysburg, dove lascierà il posto ad una leggera foschia mischiata ad una pioggerellina fine-fine. Arrivato in quello che è un parco, dove si mantiene vivo il ricordo di quella battaglia, riesco a trovare un posto al coperto per lasciare la moto. Toltomi la tuta, mi dirigo verso il visitor center. Pagato il biglietto, inizio il giro. Il posto è molto bello. Si stenta a credere che quei verdi campi siano stati luogo di una così tremenda battaglia. Nei primi tre giorni di luglio del 1863, si affrontarono circa 150.000 uomini fra nordisti e sudisti. 20.000 i morti, 50.000 i feriti. Quei luoghi, ora sono la tomba di chi ha combattuto per i propri ideali. Tutte tombe bianche, molte delle quali portano solo la scritta "unknow" seguita da un numero. E sono veramente tante. Tutte perfettamente allineate in lunghe curve che solcano i lievi pendii delle colline teatro di una singola battaglia della Guerra Civile. Nella palazzina del visitor center vengono conservate armi, divise e quant'altro era sul campo. Migliaia i fucili e le pistole esposte ordinatamente in enormi stanze. Fra i gadgets che si possono acquistare ci sono finti dollari di quel periodo e le autentiche, così dicono loro, pallottole. Il posto è molto bello, ma mette tanta tristezza. Prima di uscire dal visitor center, chiedo ad uno degli addetti al centro se c'è un motel nelle vicinanze. Mi risponde affermativamente. Basta svoltare a sinistra all'uscita del parco e fare circa un chilometro. Sempre sulla sinistra si trova un piccolo motel a buon prezzo. Parole magiche queste ultime. Risalto in sella e dopo poco sono già sotto una calda doccia. Mentre faccio colazione, leggo un volantino che parla di una grande attrazione turistica nei paraggi del motel. Dista circa venti miglia e si chiama Natural Bridge. Ponte naturale... bah, diciamo che è di strada e così decido di andarci. Fortunatamente non piove più, ma l'aria è pungente. Arrivo nel parcheggio. Deserto. Mi avvicino alla biglietteria, nessuno a fare la fila. La cosa mi puzza un pò. Pago il biglietto, quattro dollari per la cronaca, e seguo le indicazioni. Prima di arrivare nella zona da cui si può vedere stando comodamente seduti la grande attrazione, c'è un cartello che racconta la storia di questa attrazione, che si rivelerà nient'altro che un ponte di roccia "costruito" da Madre Natura con i suoi "operai" agenti atmosferici. Ho pagato quattro dollari per vedere un pò di roccia che i neo-americani acquistarono da Re Giorgio III per poco più di due dollari... che gran cazzata. Mi alzo dalla panchina e me ne vado... tanto ero l'unico visitatore. L'unico bischero. Torno alla moto e mi rimetto on the road. Molto meglio. Dispiego la cartina acquistata al distributore per decidere la rotta. La direzione è sud sud-ovest, verso Nashville la città della musica. Durante il tragitto arriva un timido sole a baciarmi la fronte del casco. Col sole è tutta un'altra cosa, le miglia che mi separono dalla meta scorrono via veloci sotto le ruote del King. Arrivato a Nashville, faccio un giro della città per renedrmi conto di come sia la città della musica che tanti artisti ha visto nascere. Tutto sommato non è niente di particolare, per la breve esperienza di città americane che ho, potrei definirla come normale tranquilla metropoli americana. Girovagando per la città, mi imbatto in un tipo particolare. Se sta seduto su di un muricciolo a suonare la sua chitarra e a cantare una canzone. La musica la riconosco, o perlomeno mi sembra, ma le parole proprio no. Attacco bottone chiedendo delle informazioni e vengo a scoprire che si fa chiamare Free Eagle. Vive per strada campando con la sua chitarra. Iniziamo a chiaccherare di musica. Mi racconta del primo concerto tenuto da Elvis Presley a Nashville, circa un paio d'anni prima che arrivasse al grande successo. Incredibile a dirsi, ma The King fu sonoramente fischiato per tutta la durata del suo show. Non sembra vero alla luce del successo planetario che ha riscontrato nella sua carriera, ma non è sempre detto che chi ben comincia è a metà dell'opera. Basta vedere la scena musicale attuale. Molti artisti partono in quinta e dopo poco si fermano. Gli chiedo il perchè della sua scelta di vita e mi risponde che solo in quel modo si sente veramente libero. Senza padroni. Lo saluto, lasciandogli qualche dollaro e ringraziandolo per la lezione di vita. Mi saluta e mi da due dritte sulla città. La prima consiste in un locale dove ti fanno vivere l'emozione della sala prove. Puoi mettere alla prova le tue doti canore in una sala musicale attrezzata di tutto punto. Le tue performance vengono registrate su audiocassetta completa del tuo nome e del titolo del brano interpretato. Bella idea, d'altronde siamo o non siamo nella città della musica? L'altro consiglio è per la sera dopo cena. Aquila Libera mi ha consigliato un locale dove ascoltare buona musica bevendo una buona birra. Il locale non è per niente male e la band ci da forte col blues. La serata passa velocemente, come sempre del resto quando ci si diverte e si sta bene, ed è già ora di andare a nanna. Domani sarà un'altra giornata fatta di miglia e di incontri. La mattina seguente, dopo aver fatto la solita abbondante colazione mi dirigo verso Memphis, altra città segnata dalla musica di Elvis. Sulla strada trovo un paio di negozi del cosidetto modernariato americano. I prezzi sono decisamente più abbordabili che in Italia, anche se un signore intento alla vetrina mi fa notare che basta uscire dalle grandi città per spendere ancora meno. Interessante rispondo, saluto e parto verso Memphis. Nel tragitto che mi separa dalla città, l'ennesimo incontro on the road. Una bella figliola se ne sta seduta sul ciglio della strada in cerca di un passaggio. Sfortuna vuole che abbia paura delle moto e che viaggi con diversi bagagli al seguito, compreso un "simpatico" topo. Ma dico io.... ha paura ad andare in moto e si porta dietro un topo... spero che non incroci mai lo zio Stix. Finalmente arrivo in quel di Memphis, la città si può dire che sia dedicata interamente ad Elvis ed alla musica. Il mio ingresso in città avviene dalla mitica BB streets, la strada della musica. Mi metto alla ricerca di un motel nelle vicinanze della villa che fu di Elvis. La ricerca è resa difficile dal grande numero di fan accorsi. Non solo dagli altri Stati, ma dal tutto il mondo. Dopo una bella ricerca, con cui ho potuto ammirare la città by night, trovo una sistemazione in un hotel non proprio economico... ma tanto è per una notte ed ha la piscina a forma di chitarra. Il giorno dopo lo dedicherò alla visita della villa. La mattina seguente vengo svegliato da un timido sole. Fatta la solita abbondante colazione e sistemato il bagaglio sulla moto, mi dirigo verso Graceland. Questo è il nome della villa appartenuta al re del rock 'n' roll. Durante la visita si scopre, fra le altre cose, da dove viene il nome della villa. Semplice, Grace era il nome della signora che vendette la villa al giovane Elvis. Molto giovane, comprò la villa a soli 22 anni. Tutto quanto nella villa è rimasto com'era. Non è stato toccato nulla. In tutte le stanze ci sono strumenti musicali e specchi. Tanti specchi. Durante il tour si viene a sapere che Elvis amava avere ospiti, e che mostrava l'intera villa a eccezione della camera da letto e del bagno. Per rispettare la sua persona, quelle due stanze sono tutt'ora vietate al pubblico. Il giro continua all'esterno della villa, dove trova posto il suo jet privato e le stalle che accoglievano i cavalli di Elvis. Infine, l'ultima "attrattiva", quella che meno te l'aspetti. La sua tomba. Scioccante. Mentre visiti la villa e tutto il resto, sembra quasi che da un momento all'altro Elvis esca dalla sua camera per firmare autografi. Invece, quella lastra di marmo ti riporta alla realtà con la velocità della luce. Semplicemente scioccante. Il tour finisce con l'ultima curiosità, prettamente commerciale. La villa è stata ereditata dalla figlia, ma l'idea di farne un museo (=soldi) è stata dell'adorata moglie. L'ultima cosa da vedere della villa è il muretto di cinta, dove i fan lasciano il loro messaggio reso immortale dal loro amore per Elvis e dalla roccia su cui è inciso. Dall'altra parte della c'è un altro museo dedicato a Elvis. Qui sono custodite tutte le sue auto, compresa una meravigliosa Ferrari del '75. Ci sono anche dei pezzi unici di inestimabile valore. A vedere tutte quelle macchine, la voglia di tornare on the road cresce, e così via verso nuovi luoghi e nuove facce. Lungo la strada trovo delle indicazioni fatte a mano che sembrano indicare un altro luogo legato ad Elvis. Scopro così, la prima casa acquistata da Elvis, circa un anno prima rispetto a Graceland. Aveva 21 anni e pagò la casa in contanti. Ben $40000... non male. I due attuali proprietari, fan sfegatati di Elvis mi raccontano che hanno scoperto solo dopo l'acquisto che questo immobile fu di proprietà del loro idolo. La casa è perfettamente uguale a quando ci tornò Elvis. Devo dire che chi ha arredato l'appartamento aveva gran gusto. I proprietari starebbero pensando di farne un museo per fare concorrenza a Graceland. L'idea è buona, e mentre esco auguro loro buona fortuna. Finalmente on the road. Mentre mi dirigo verso sud, ripenso alla villa di Elvis. Meravigliosa, risulta difficile trovare aggettivi. D'un tratto, dopo una curva sbuca un'abitazione che è tutto l'opposto della villa. Dire che è in pessime condizioni è fargli un complimento. Alcuni infissi stanno cadendo, sul tetto ci sono dei buchi. Le pareti esterne sono rovinate dalle intemperie. Nel prato antistante la casa, un rottame di una vecchia auto sta a prendere la ruggine come le donne stanno a prendere il sole d'estate sulle spiagge assolate di Long Beach. Ma la cosa più sensazionale è che la casa è abitata da un uomo di colore che se ne sta seduto sulla sua sedia a dondolo sotto al porticato, vicino alla porta d'ingresso. Proseguo il viaggio fra il verde accecante dei campi e sparsi qua e là, ogni tanto, vedo dei biplani. Ad un tratto ne vedo uno in volo radente sulle colture. Da sotto le sue ali esce una sostanza quasi incolore. Butto l'occhio sull'indicatore di benzina e decido di fermarmi a fare il pieno, così ne approfitto per chiedere spiegazioni. Alla terza infilo la pompa giusta alla prima. Sto imparando. Chiedo cosa faccia quel biplano al giovane benzinaio e gentilmente mi spiega che sta spargendo l'insetticida sulle colture. Con i trattori, data l'estensione dei campi, ci vorrebbe troppo tempo. Approfitto della sua cortesia chiedendogli se c'è qualche cosa di interessante o curioso da vedere da queste parti. Mi dice che se mi piacciono gli orsetti di peluche, più avanti troverò qualcosa di interessante. A me, sinceramente, degli orsetti di peluche non è che me ne freghi più di tanto... ma a questo punto entra in gioco la curiosità. Lascio il distributore e mi dirigo verso questa "attrazione" del luogo. L'attrazione non è altro che un negozio di orsetti di peluche con annessa targa che ricorda l'evento che fece nascere il Teddy Bear. Dunque, la vicenda narra di una battuta di caccia all'orso a cui prese parte anche l'allora Presidente degli Stati Uniti Theodore "Teddy" Roosvelt. Chi c'era, racconta che quando il Presidente si trovò di fronte alla preda, in trappola, preso a compassione dalla bestia non ebbe il coraggio di sparare il colpo fatale. Anzi, liberò l'orso. Da qui, nacque l'idea di creare il famoso orsetto di peluche Teddy Bear. Protagonista, fra l'altro, di una canzone cantata da Elvis. Come storia non è male, anzi. Gli Stati Uniti sono famosi nel mondo per le loro americanate, per vantarsi del fatto di avere tutto più grande, più bello, più qualche cosa insomma. Questa piccola storia, credo, restituisca loro una dimensione più normale delle cose. Dopo aver acquistato un Teddy Bear originale e legato allo schienale, riparto con destinazione New Orleans, sperando di poter ammirare uno dei mitici battelli sul fiume Mississipi. Battelli resi celebri da tanti film e visti e rivisti su libri, cartoline ecc. Scelgo di non fare autostrade o simili. Molto meglio una di quelle strade che sulle vecchie carte stradali erano segnate di blu. William Least Heat-Moon insegna (se ancora non l'avete fatto, leggete il suo stupendo libro Strade blu). Percorrendo queste strade secondarie che costeggiano il meraviglioso Mississipi arrivo a Vicksburg dove ho la possibilità di vedere da vicino uno dei battelli che cercavo e di scoprire un'altro pezzo di storia americana. Il battello è ormeggiato nelle vicinanze di uno svincolo autosradale ed è stato trasformato in casinò. Il business prima di tutto. Trotterellando per la cittadina scopro che qui fu inventata e imbottigliata la più famosa bibita del mondo. La Coca-Cola. Ovviamente, è stato creato un museo dove vengono raccolti tutti i cimeli e la memorabilia legata alla bibita, che qualcuno ha definito, non a torto, pepita. Nel museo si può ammirare la riproduzione della prima macchina con cui veniva imbottigliata e tutte le bottiglie che nel corso degli anni hanno "ospitato" il prezioso liquido. Oltre a varie targhe e cartelli pubblicitari che reclamizzavano lo sciroppo per la tosse. Si perchè la Coca-Cola nacque come sciroppo, e visto che piaceva tanto fu trasformata in bibita. That's incredible. Continuando il giro turistico della cittadina mi imbatto in un negozio-museo alquanto inquietante situato sotto dei portici antichi. Il museo è dedicato alle bambole e la donna che lo gestisce sembra pure lei una bambola, dato il vistoso trucco che cerca di nascondere i segni lasciati dall'età sul suo volto. Attratto da alcune bambole dell'ottocento, probabilmente possedute dalle figlie dei ricchi proprietari terrieri dell'epoca, entro a dare un'occhiata. Il negozio-museo è inquietante. Migliaia di occhi ti fissano e si ha come la sensazione che una di queste bambole possa prendere vita e aggredirti quando meno te lo aspetti come nei migliori film horror. Buttando un occhio fuori, noto che il tempo sta cambiando. Il cielo diventa sempre più scuro. Prima che una bambola mi accoltelli e che cominci a piovere, saluto la gentile signora delle bambole e mi rimetto on the road. Di strada per New Orleans ce n'è ancoa parecchia. Come esco dalla città, ecco che arriva puntuale la pioggia. Cosa normale da queste parti, dato che le abbondanti pioggie sono fondamentali nella coltivazione del cotone. Sotto una pioggia, che definire battente è dire poco, arrivo a Natchez. In questa zona sulle rive del Mississipi ci sono le più belle ville d'America, dimore dei proprietari terrieri che in questa zona facevano soldi a palate sfruttando le donne e gli uomini di colore negli sterminati campi di cotone. Sembra di entrare nel film Via col vento. Una di queste ville è aperta al pubblico e l'ingresso è gratis. Quasi non ci credo. Durante la visita si scoprono alcuni risvolti della vita nell'ottocento. La villa è enorme e indescivibile. Venivano assoldati i migliori architetti e le migliori amni degli Stati Uniti per creare queste vere e proprei opere d'arte. Le rifiniture sono eccezionali, ma la cosa curiosa è che in tutta la villa cone le decine di stanze che ha non esiste un bagno. Pertanto risulta difficile sapere dove queste ricche persone avessero cura del loro corpo. In compenso c'erano undici servitori di colore che avevano l'esclusivo compito di tenere pulita la villa. E pensare che nell'ottocento questo era il posto più ricco degli Stati Uniti, forse secondo solo a New York. Comunque, il posto è meraviglioso e si respira un'aria magica. Trovo da dormire e vado a riposarmi con la speranza che il giorno dopo la pioggia sia solo un ricordo. Non piove. Ma il cielo è comunque plumbeo, ma il fatto che non piova è già qualcosa. La direzione è sempre quella. West, direzione New Orleans. Sulla strada che porta questa bella città, mi fermo per una pausa in villa che viene definita del mistero. Entro per vedere di cosa si tratta. Il mistero riguarda i fantasmi, mi dicono. Ma i fantasmi di chi, mi domando. Uno dei cuochi del bed & breakfast mi spiega la tremenda vicenda che questo incantevole luogo ha vissuto ai primi anni dell'ottocento. Questa villa apparteneva ad uno dei più rinomati giudici di quel momento. Alla scomparsa prematura della moglie, aveva affidato le due sue figlie ad una schiava di colore. Questa schiava aveva la brutta abitudine di orecchiare alle porte delle stanze in cui il giudice riceveva i suoi importatnti ospiti. Una volta fu sorpresa ad orecchiera ad una discussione piuttosto importante. Il giudice diede ordine che gli venisse mozzato l'orecchio con cui oregliava. La donna smise di spiare il giudice ma giurò vendetta. La donna aspettò che arrivasse il compleanno delle bambine per portarsi vendicare. Il piano fu sconvolgente. Preparò una torta avvelenata per la festa di compleanno. Le due bimbe mangiarono l'intera torta e morirono lentamente con sofferenze atroci e senza rimedio alcuno. La schiava fu subito individuata e presa. Senza processo fu impiccata ad uno degli alberi del parco della villa. La leggenda, su cui si basa il business del bed & breakfast, vuole che i fantasmi delle due bimbe vaghino ancora per la villa, e che quello della schaiva vaghi per il bosco in cerca di vendetta. Per farmi passare la pelle d'oca, mi rimetto on the road per arrivare finalmente in quel di New Orleans. Arrivato in città mi sembra di rivivere le scene di Easyrider. I due protagonisti arrivarono in città per assistere al carnevale più spettacolare degli Stati Uniti. Gironzolando e scambiando opinioni con turisti scopro la cattiva reputazione di questa città. Tutti la definiscono pericolosa, e mi avvertono che se non voglio avere guai è bene che rimanga nel quartiere francese. Il quartiere turistico della città, dove le principali cose da vedere sono gli spettacoli di strada. C'è chi suona, chi canta, ma la maggior parte degli artisti si fingono statue. Ci sono angeli, cowboy e anche alieni. Tutti perfettamente immobili fin tanto che qualcuno butta loro qualche spicciolo. Incrocio due policeman e chiedo loro sulla cattiva reputazione della città. Secondo loro sono voci esagerate e che New Orleans non è migliore ne peggiore di tante altre città americane ed europee. Li ringrazio e proseguo il mio giretto a piedi. In questa città sono nati stili musicali come il jazz e il r'n'b', "grazie" all'importazione di schaivi dall'Africa. Fra i tanti gruppi che suonano in piazza ne riconosco uno che ha suonato con Zucchero, il bluesman italiano, nel disco Spirito di Vino. Continuando il giro, in un'altra zona della città ci sono decine e decine di cartomanti, veggenti a affini. New Orleans è anche la capitale del Voodoo, quindi occhio agli spilloni. Di contrasto al colore dei cartomanti, l'eleganza impeccabilr di un gruppo di cantanti gospel che fa il suo ingresso in chiesa. Ma è giunta l'ora di trovare un giaciglio per la notte. Come vuole la tradizione di un viaggio, mi addormenterò in un luogo differente da quello da cui mi sono svegliato. Solita abbondante colazione, servita in piatti di latta, e si riparte. Il Texas è vicino, ed è entrando in questo immenso stato che si ha la sensazione di essere veramente in viaggio verso west. Passando vicino Houston, la freeway incrocia una pista d'atterraggio dell'aereoporto. Mi vedo passare sopra la testa un 747 in fase di rullaggio dopo l'atterraggio. Impressionante. D'istinto apro la manetta per allontanarmi in fretta. I cartelli indicano che sono vicino a Santantonio. Ma prima c'è da visitare l'Alamo. Questa missione è stata l'ultimo baluardo difensivo contro i messicani nella guerra d'Indipendenza del Texas. Qui ebbe luogo una delle più importanti battaglie nella storia dello stato dalla stella solitaria. 187 texani guidati da David Crockett combatterono e sconfissero l'esercito messicano composto da 5000 soldati ben armati. Quella che per i messicani doveva essere una battaglia di poco conto, si trasformò in un sanguinoso assedio che trasformò in leggenda la tenacia dei texani. Per questo motivo, la bandiera del Texas ha una sola stella. Fecero tutto da soli. Di quei 187 eroi non rimase nessuno, ma le mura della missione trasudano ancora oggi del loro coraggio. Riprendo la moto e mi dirigo verso SantAntonio, che da qualcuno è definita la Venezia texana. Arrivato, mi accorgo che questo qualcuno non ha mai visto, nemmeno in cartolina, Venezia. Ci sono dei canali solcati da pseudo-gondole motorizzate, ma il paragone non è fattibile. Fatto lo era sicuramente chi ha fatto quel paragone. La specialità culinaria, scopro essere enormi granchi cotti in non so quale modo. Altra caratteristica di questa città sono i poliziotti in bicicletta. Dicono che con quel mezzo riescono a muoversi meglio per le strette strade del centro. Segno che i tempi sono cambiati. Dal cavallo dello sceriffo alla bicicletta del poliziotto. Lungo una monotona freeway, scorgo dei capannoni con una scritta gialla che recita "Da Don snake pit". Boh, andiamo a vedere. Si tratta di un allegro e arzillo vecchietto di quasi ottant'anni, che si diletta ancora con i serpenti. Ne ha una collezione vastissima. Ovviamente vivi. Mi spiega, o meglio, mi racconta divertito che molti visitatori alla vista del serpente a sonagli chiedono se sia velenoso. Lui, mi dice, risponde sempre che non c'è da preoccuparsi dato che se riesce ad uccidere una mucca in soli trenta secondi, quanto ci vorrà con un uomo. In effetti non ha torto. Lo ringrazio per la cortesia e mi rimetto on the road verso gli immensi ranch del Texas. In Texas il paesaggio si appiattisce in maniera sconvolgente. Immense distese di terreni costellate qua e là dai ranch. A dividere le proprietà, milioni di paletti di legno uniti dalla "corda del diavolo". Il filo spinato ha permesso di recintare ettari ed ettari con poca spesa ed in maniera piuttosto veloce. Lungo la starda c'è un ranch aperto al pubblico. Senza pagare alcun biglietto (miracolo), è possibile vedere come si viveva in Texas agli inizi del novecento. All'interno si possono ammirare, in un regime di semi-libertà, pecore, tacchini, mucche e maiali. Non è poi così differente da una fattoria italiana. L'unica differenza sta nelle dimensioni, veramente enormi qui in America. Mi rimetto in strada e lungo la marcia, incrocio un gruppo di biker locali con cui scambio due chiacchere davanti ad una birra, gentilmente offertami dopo aver saputo dell'entità del mio viaggio. Dopo i saluti di rito riparto ed attraverso un piccolo centro, Fredericksburg. Di chiara origine tedesca, ne conserva i tratti nelle costruzioni e nella possibilità di acquistare grappa di pera del luogo e non di importazione. Mi fermo in un bar a mangiare qualcosa di digeribile e scopro che in questo bar, l'unica tv presente nel lovale trasmette 24 ore al giorno il film Grease. Terrificante!! Dopo aver incoraggiato le commesse, ritorno alla moto per riprendere il mio viaggio verso L.A.. Il paesaggio continua ad essere caratterizzato da immense e piatte distese. Ho la fortuna di arrivare a S. Angelo in occasione del loro annuale Rodeo. Essendo arrivato presto posso assistere anche alle varie fasi della preparazione dell'evento. Grosse ruspe spianano la rena portata all'interno del palazzrtto da grossi camion. Fra il personale scorgo un detenuto, della locale prigione, che, scoprirò poi, si stesse guadagando un permesso per andare a trovare la famiglia raccogliendo le cartacce e le lattine lasciate a giro dagli spettatori più sporcaccioni. Indossava la tipica tenuta da carcerato a strisce bianche e nere col numero di matricola stampato sul petto e sul berretto. Prima dell'inizio del Rodeo c'è una bellissima fiera, simile al nostro luna-park, dove si possono assaggiare dei favolosi spiedini di carne e verdure fatti alla griglia sul carbone. Che dire... semplicemente squisiti. Finalmente si può entrare nel palazzetto, dove fino a pochi minuti prima, ruspe e personale hanno preparato il terreno e montato gabbie e protezioni. I vari cowboy, per ingannare l'attesa e distendere muscoli e nervi, fanno esercizi mirati a riscaldare quelle parti del corpo necessarie a restare in groppa. Iniziano le varie prove. La prima prevede una permanenza di almeno 8 secondi da parte dei cowboy in groppa a cavalli imbizzarriti. La loro prova verrà giudicata non solo in base al fatto che ce la facciano a rimanere in sella, ma anche dal come ci riusciranno. Insomma, verrà giudicato anche lo stile. Il braccio libero deve rimanere sempre ben alto e la schiena del cowboy il più possibile parallela alla groppa del cavallo. Queste le cose principali. Ci sono poi una serie di prova di cattura dei vitelli. La prima è a mani nude. Il cowboy, in groppa al suo puro sangue, parte con il vitello alla sua sinistra. Una volta affiancato si deve lasciar cadere sul vitello prendendolo per il collo e atterrarlo. In questo caso solo il tempo che viene preso dall'apertura dei cancelli all'atterramento. Nella seconda, invece, il cowboy utilizza il lazo e le mani. Partendo sempre da dietro il cancelletto, deve prendere al lazo le zampre posteriori del vitello, scendere di cavallo e legarle ad una delle zampe anteriori. Anche questa è una prova a tempo. La terza prova cge prevede l'utilizzo dei vitelli, i cowboy diventano due ed entrambi usano il lazo. I due cowboy partono da due cancelli differenti, con il vitello nel mezzo. Il primo cowboy deve prendere le zampe posteriori, mentre il secondo lo deve prendere per le corna. Il tempo viene preso quando il vitello è immobilizzato. In attesa dell'ultima prova,le gentili signorine si sfidano in una gara di abilità fra bidoni lanciando a tutta velocità i loro purosangue. Ma è l'ultima prova quella più emozionante
Ma è l'ultima prova quella più emozionante e sconvolgente da vedere. I cowboy più giovani sfidano enormi tori impazziti, rischiando anche la vita. Sono bestie dalle dimensioni impressionanti e piuttosto spesso qulcuno si fa del male. E parecchio. Parlando con un vicino di poltrona, vengo a conoscenza di un cowboy che cadendo dal toro si è quasi spezzato il collo. Morale, 14 mesi immobile a letto e due fori che gli attraversano il cranio. Una volta ristabilitosi ha ricominciato a sfidare i tori... e la nera signora. Vado a letto ancora con le immagini del Rodeo che mi scorrono nel cervello. Mentre vado al motel, noto che la tempertaura è scesa notevolmente. Già il giorno prima era freschino. All'indomani mattina, dopo colazione, trovo la moto ricoperta da un sottile strato di ghiaccio. Decido di indossare la tuta antipioggia sopra ed il pigiama sotto. Appena uscito dal parcheggio del motel noto le indicazioni per la Route 66. Decido di percorrerla per qualche miglio, poi si vedrà. Fa molto freddo. Con in mente il film Easyrider, dove i due protagonisti percorrono la Route 66 nel senso inverso al mio, attraverso Vega una delle tante località attraversate dalla "mother road". Lungo questa strada, ho la possibilità di ammirare un'opera d'arte. Si tratta di dieci Cadillac, graffitate, infilzate nel terreno con la stessa inclinazione della piramide di Cheope. Una targa mi dice che sono al Cadillac Ranch nei pressi di Amarillo. Il proprietario del ranch, un noto collezionista d'arte, commissionò quest'opera per rendere omaggio alla Route 66. Il tempo è sempre peggio. Nella stanza del motel seguo le previsioni meteo, che non promettono nulla di buono. Difatti, il giorno dopo percorrerò diverse miglia sotto la neve. Comunque, il King è una roccia. Attraverso il confine fra Texas e New Mexico sotto una spettacolare nevicata. Le condizioni della strada mi costringono ad una andatura lentissima per evitare una scivolata. Lungo la freeway innevata cominciano a farsi frequenti i cartelli che indicano l'uscita per Santa Fe. Meno male, non ne posso più di guidare in queste condizioni. Sempre facendo molta attenzione infilo la prima uscita per questa splendida cittadina, resa ancora più affascinante da questa improvvisa nevicata. Nemmeno le persone del luogo se l'aspettavano. Dopo poco l'uscita scorgo un motel e... mi ci infilo di corsa. Mentre entro in camera la nevicata continua abbondante. Vuol dire che finchè non smette rimarrò qui. Impossibile continuare con queste condizioni. Prima di infilarmi a letto, mi godo un altro pò la nevicata. Da dietro la finestra però, al caldo della mia stanza di motel. Spettacolo indescrivibile. Tutto assume un altro aspetto, le panchine, gli alberi, le csae. Tutto. Per non parlare delle luci delle insegne al neon che riflettendosi sui fiocchi di enve creano strani giochi di luce. Vado a letto che ancora nevica abbondantemente. Alla mattina, un raggiante sole ha preso il posto delle nuvole... e della neve. Approfitto della mattinata per farmi un giretto in città, così nel frattempo le strade si ripoliscono un pò. Nella piazz centrale c'è l'edificio più vecchio degli Stati Uniti. Si tratta del Palazzo del Governatore e risale al 1610. Il palazzo è stato trasformato in museo dove si possono ammirare pregevoli manufatti dell'era pre-colombiana, fino a poter sapere cosa fu per le persone di quel tempo l'epopea del far west e la conquista dell'ovest. Gli edifici più vecchi della cittadina sono fatti di adobe, una miscela di argilla,sabbia e paglia. Veramente notevoli. Mentre faccio il giro della piazza, scorgo l'arrivo di molti nativi con dei grossi sacchi. Si sistemano sotto i portici del Palazzo del Governatore e danno così vita ad un mercatino dove mettono in vendita i manufatti delle loro tribù. E queste sono autentiche, non come altri pseudo-manufatti made in china che puoi trovare on the road. Ma è giunto il momento di ripartire. Voglio approfittare dell'uscita del sole. Mi dirigo verso Durango. Durante una sosta per il rifornimento, decido di rifornire anche lo stomaco. La mia attenzione cade su una confezione di maccheroni precotti da riscaldare al microonde. All'occhio sembrano buoni, al gusto fanno schifo. Meglio quelli della mamma. Percorredo la strada che da Santa Fe porta a Durango, capisco il motivo per cui il New Mexico è chiamato il lo stato degli incanti. Sulla mia destra scorre una splendida prateria costellata da pochi alberi, sparsi qua e la a casaccio. La prateria viene interrotta da un lago, le cui acque riflettono le poche nuvole presenti in cielo. Il tutto, con sullo sfondo una serie di colline verdeggianti. Dopo qualche miglio le colline si avvicinano e portano ancora i segni della nevicata. Mentre percorro un bel discesone, le colline diventano piccole montagne, prima scure e poi di quel rosso tipico della Monument Valley. Più mi avvicino al Colorado e più la pianura con le sue colline lascia il posto alle montagne. Si comincia a salire. Lo spettacolo offerto dalla Natura non cambia però di intensità emotiva. La Natura si manifesta in tutta la sua bellezza in maniera quasi sfacciata. Per fortuna... Dopo ancora qualche miglio dove l'occhio si perde fra mille particolari e il cuore si ubriaca con tanta bellezza arrivo a Durango, tipica cittadina di montagna in piena espansione grazie all'aumento del turismo. Poco più di cento anni fa, qui vivevano solo cacciatori che riuscivano a sostenersi con la vendita di pelli d'animali. La scoperta di oro e argento cambiarono le cose. A testimonianza di quel periodo non rimane che la stazione ferroviaria con uno dei treni più antichi. O meglio, con una perfetta riproduzione. Quello vero sarà in qualche museo. Nel 1881 questo treno impiegava quasi cinque ore per arrivare a Silverstone, città con una miniera d'argento. Con se portava miniatori, rifornimenti e tanto oro e argento. Le bande che assaltavano i treni non si contavano da queste parti quante erano. Tutt'oggi, il treno a vapore impiega lo stesso tempo per percorrere l'esatto tragitto di una volta. Percorso costellato da laghetti incastonati fra pareti di nuda roccia e precipizii da capogiro. L'ubriacatura da natura è inevitabile. Il giorno dopo mi dirigo verso l'Arizona, la direzione è sempre, o quasi, ovest. Il bello delle freeway americane è che offrono sempre un paesaggio che ti lascia a bocca aperta. Gli spazi che ti si aprono davanti agli occhi sono immensi e le strutture che inquinano il paesaggio sono veramente poche. Continuando il mio viaggetto verso ovest, incrocio un'altra di quelle "attrazioni" che solo negli states poteva nascere. Si chiama "Four corners", quattro angoli. Si dà il caso che gli stati di Utah, Arizona, Colorado e New Mexico formino con i loro confini una croce prefetta, con quattro angoli retti. Le autorità locali, per fare un pò di soldi, hanno creato una sorta di palcoscenico dove è ben segnato, con una placca d'argento, il punto preciso di intersezione dei quattro confini di Stato. Forse... è meglio tornare on the road. La Monument Valley è sempre più vicina. Mentre percorro le miglia che mi separano da quel luogo, la tensione emotiva cresce. Dopo una curva, resa cieca da un monolite di arenaria rossa... eccola che t'appare di schianto. Che meraviglia! L'ennesima di Madre Natura, che ci ha fatto dono di questo splendido pianeta. Alla vista di cotanto spettacolo, l'uomo dovrebbe rendersi conto di quanto sia piccolo e insignificante di fronte alla Natura. Ma chi si crede d'essere per trattarla in questo modo? Forse si crede dio. Tutto attorno è terra rossa, quella terra che è stata filmata, fotografata e raccontata in tutte le lingue. Da questa terra rossa, i fiumi dell'Arizona prendono quel color porpora che gli differenzia da tutti gli altri fiumi del mondo. Uno dei tanti massi che caratterizzano questa valle si chiama mexican hut, data la sua forma che ricorda un cappello messicano. Gli splendidi colori ti abbagliano e, forse, questo è l'unico luogo sulla faccia del pianeta dove ti senti realmente libero. 163 south, segnatevi questa strada. E' quella che taglia in due la Monument Valley. E' un'emozione difficile da descrivere. Qui il tempo e lo spazio perdono di significato, e quando il sole va a riposare lo spettacolo del tramonto concede la sua ennesima replica. Il tuffo che ti si prende al cuore ti lascia semza fiato, senza parole. Mi rimetto in strada con l'ultimo raggio di sole a illuminare questa terra sacra. Si, sacra per gli indiani Navajo che ne hanno la proprietà... e non potrebbe essere diversamente. Non trovando un motel, mi concedo una dormita sotto le stelle, sperando di non infrangere la sacralità del luogo. Il sole mi fa da sveglia, in modo che possa mettermi in cerca di un luogo dove poter fare benzina e colazione. Lo trovo dopo parecchie miglia, vicino ad un piccolo aeroporto dove piccoli aerei accompagnano i turisti sopra la Monument Valley. Dopo colazione mi aggrego ad un piccolo gruppo di turisti per un giro. Spettacolare, bellissimo. Dall'alto la Monument Valley è ancora più bella... se possibile. Dopo il volo ed un breve scambio d'opinioni con gli altri compagni d'avventura, risalgo in sella per continuare la mia corsa, senza fretta, verso Los Angeles. La strada che dalla Monument Valley mi porta verso la costa occidentale mi fa scoprire un'altra bellezza. E' un lago chiamato Powell, ed è artificiale. Questa volta l'uomo, nel costruire una diga per produrre energia elettrica, ha dato una mano alla Natura a creare un lago di spettacolare bellezza e dimensioni inimaggianbili. Questo è un luogo dove gli americani passano le loro ferie. Le attività sono molteplici, pesca, barca a vela ed in generale tutti gli sport d'acqua. E' possibile affittare piccoli fuoribordo per andare a scovare gli angoli più nascosti ed incontaminati dell'interminabile costa. Notando molti campeggiatori, decido di fermarmi qui per la giornata. Il tempo è bello e non c'è fretta dia rrivare alla fine. Così, per passare il tempo, mi ritrovo a vagabondare sulla riva del lago col cuore che batte all'unisono col bicilindrico ed i pensieri che vanno a ricercare tutte quelle diapositive scattate dal cervello. Il tempo passa in fretta. Mi fermo a piantare la tenda e mangiare qualcosa. Attorno a me, intere famigie e gruppi di amici compiono gli stessi gesti rituali del prepararsi la cena. Mentre il contenuto della scatoletta riempie lo stomaco, l'ennesimo tramonto magico riempie, e scalda, il cuore. I colori sono fantastici. Fra i gruppetti noto molto giovani. In Italia, gli under 21, ma non solo, passano i week-end a ubriacarsi ed ad ammazzarsi sulle strade. Qui, preferiscono godersi lo spettacolo della natura, e questo perchè non possono entrare nei locali dove si vendono alcoolici. Così, decidono di passare una notte tranquilla, invece di usare mezzi illegali per procurarsi da bere. Questione di mentalità. La mattina dopo, all'alba, mi rimetto in marcia. Non c'è niente di meglio che godersi la moto la mattina presto. L'aria è fresca e le strade deserte. La mia prossima tappa, è un altro tempio della natura, Zion Park. Da molti è considerato il paradiso terrestre, e non hanno torto. Il Virgin river ha impiegato millenni per scavare questo canyon dai colori impressionanti. Verrebbe quasi voglia di rimanere in pianta stabile qui. Ma non si può. Qua e là, sulle pareti di roccia vedi piccoli puntini muoversi. Sono appassionati del free-climbing e questo è il loro tempio-palestra. Dopo aver pranzato, punto la forcella del king verso Las Vegas, con tutta calma però. Mi è stato consigliato d'arrivare col favore delle tenebre. E avevano ragione. La freeway è come tutte le altre, ma dopo una curva rimani accecato dalla luce emanata dalle milioni di lampadine di Las Vegas. Impressionante. La tentazione di entrare e giocare è forte, ma cerco di resistere. Preferisco passeggiare su e giù per la main street. Miriadi di cartelloni, ammicandoti maliziosamente, ti invitano al gioco. Non resito più. Entro e mi gioco dieci dollari alle slot machine, e naturalmente perdo tutto nel volgere di pochi minuti. Riprendo il giubbotto e vado a letto. La mattina seguente, Las Vegas si mostra per quello che è. Una metropoli come tante altre, che al calare della notte si trasforma in una immensa sala giochi dove a giocare è lei e tu il suo giocattolo preferito. Il pollo da spennare. Las Vegas è famosa anche per i matrimoni facili e veloci. Solo dieci minuti per unirsi, ma per