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 USA in generaleDiario di un viaggio attraverso gli Stati Uniti passando per 10 stati: Virginia, Maryland, Pennsylvania, New York, Massachusetts, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California Parte 2/3

7° giorno: giovedì 9 agosto 2001: BOSTON

Visto il viaggio faticoso del giorno prima la sveglia oggi è meno implacabile del solito. Dopo una bella colazione la prima cosa che faremo sarà fortemente americana. Era una delle cose che volevamo assolutamente provare, la lavanderia automatica è uno dei simboli della vita quotidiana in america. Per il viaggiatore significa entrare nel cuore dell'America, sentirsi uno di loro. Dopo un'ora circa abbiamo finito e siamo pronti a partire alla scoperta di Salem. Per prima cosa visitiamo un museo delle streghe. Si rivelerà una mezza delusione. Invece di un museo si tratta di uno spettacolo (una specie di monologo) in cui raccontano vecchie storie di streghe nella Boston del 1800; parole capite 3 o 4, una tragedia. Il centro di Salem è completamente pedonale e molto carino. Ci dirigiamo verso il porto e ci fermiamo a mangiare in un locale dove mangiamo dei discreti piatti di pesce. Nel frattempo la temperatura ha raggiunto livelli insopportabili tranne, come al solito, per Federica e Simona 2 che, anzi, non disdegnerebbero un golfino (tremendo!!). Il porto non è entusiasmante, decidiamo di prendere l'auto e dirigerci a Boston.
Boston rappresenta l'america moderna dei nostri giorni, ma con profonde radici nei secoli passati. Il Massachusetts ha il soprannome di puritan state (stato puritano), i padri pellegrini hanno lasciato le tradizioni, il modo di vivere e di pensare dei bianchi, anglosassoni e protestanti del 1700. La città comunque ci è piaciuta molto. I giovani sono moltissimi e, attorno al tradizionale punto d'incontro dei Bostoniani, il Quincy Market, troviamo un clima frizzante e goliardico; complessini che suonano, bar pieni di gente, persone che si incontrano e turisti che si intrufolano. Una lunga passeggiata (vari chilometri) alla scoperta del centro di Boston è segnalata con una striscia di mattoncini rossi, che ti guidano alla scoperta di questa bella città. In attesa della cena ne percorriamo un bel pezzo. Arriviamo fino al Boston common, il più antico parco pubblico di tutti gli Stati Uniti. E' considerato un simbolo di libertà, in quanto da quando fu creato (nel lontano 1630 circa) ogni cittadino lo poteva utilizzare addirittura anche per pascolare le mucche; qui furono però barbaramente impiccati quaccheri, streghe e pirati; un'altra prova che in questo paese, simbolo e guida del mondo civilizzato, sopravvivono fuse insieme grandi libertà e profonde ingiustizie. Stanchi per la lunga scarpinata ci fondiamo in un Tex-Mex (ristorante texano messicano), si rivelerà una delle pratiche culinarie più riuscite di questo viaggio. Nel dirigerci verso la macchina per tornare al nostro motel fermandoci in un piccolo supermercato per comprare dell'acqua, facciamo uno degli incontri più belli e commoventi del nostro viaggio. Un'anziana donna ci sente parlare in italiano e ci ferma; è una donna Italiana della provincia di Avellino. Ci racconta la sua vita di immigrata nel periodo in cui in Italia la vita era veramente difficile e l'America incarnava molto più di adesso il sogno di libertà e di benessere per milioni di stranieri. La sua non è stata una vita facile e il sogno americano si è rivelato solamente una dura sopravvivenza. Solo per pochi l'America è stata la via dell'oro, per migliaia (o milioni) di anonimi è stata una vita di sacrifici e di privazioni con il dolore per la lontananza dalle proprie origini. La lasciamo tra le lacrime e con la promessa, al nostro ritorno in Italia, di fare un saluto alla sua terra. Arriviamo in motel stanchi ma felici di questa giornata americana, dentro di noi è un po' cresciuto l'amore per il nostro paese.

8°-9°-10° giorno: venerdì 10 agosto 2001- sabato 11 e domenica 12: Boston - Denver

Ci svegliamo di mattina presto. Dobbiamo preparare i bagagli perché nel pomeriggio ci aspetta l'aereo per Denver, e nella mattinata dobbiamo continuare la visita di Boston.
Prendiamo uno di quei pulmini turistici con il quale giriamo gran parte del centro città, passiamo anche davanti alla celeberrima università di Harvard, dove i figli più fortunati dell'America più ricca costruiscono il loro dorato futuro per la modica cifra di un'ottantina di milioni all'anno. Qui assicurano che, a differenza dell'Italia, i soldi spesi per l'Università sono un vero e proprio investimento. Vediamo poi il distretto finanziario con i suoi grattacieli e percorriamo tutta la zona del porto. Scendiamo a North end, vecchio quartiere del porto dove vivevano gli immigrati all'inizio del 20° secolo, si potrebbe definire la little Italy di Boston; qui si tengono feste religiose, processioni e feste varie in memoria delle vecchie tradizioni italiane. Percorriamo il quartiere in direzione centro, i bar somigliano molto a quelli italiani, ma penso che gli Italiani rimasti siano pochi; si tratta per di più di discendenti che hanno dimenticato la lingua dei loro padri e sono ormai americani al 100%. Si è fatto ormai particolarmente tardi, tra due ore dobbiamo riconsegnare l'auto e andare in aeroporto per il check in; ci fermiamo in un bar con scritte italiane, anche l'arredamento interno ricorda un bar italiano. Io e Diegone (lo chiamiamo così, ma non dipende assolutamente dalla panza) proviamo un panino con la mortadella; sappiamo di rischiare grosso, ma ci va bene, il panino è molto buono anche se molto caro (6 dollari). Finito il pranzo proviamo anche l'espresso (in sostituzione per una volta del beverone americano), buono quasi come nei bar italiani.
Alle 13.00 circa diamo l'addio all'auto con la quale abbiamo percorso 2.500 chilometri dell'Est americano. Arriviamo in aeroporto è abbiamo subito una brutta sorpresa: il nostro volo per Detroit è stato annullato per brutto tempo. E' l'inizio di una brutta avventura che ci dimostrerà che non solo in Italia si può essere vittime di ritardi e disfunzioni. Dopo interminabili discussioni con il personale agli sportelli capiamo che dovremo trovarci un albergo per la notte perché fino alle 13 del giorno successivo non ci sarà un altro aereo. Ma non è ancora finita perché l'aereo il giorno dopo parte con un ritardo mostruoso e, arrivati a Detroit con oltre due ore di ritardo perdiamo la coincidenza per Denver. Siamo un'altra volta costretti a trovare un albergo e aspettare il giorno successivo. Tutto questo ci ha fatto arrivare a Denver domenica 12 agosto alle ore 18.00 invece che venerdì 10; abbiamo perso ben due giorni in un programma di viaggio già strettissimo. Il problema è come recuperarli; salteremo mezza giornata rinunciando a Canyonlands, altra mezza giornata la recupereremo tra Grand Canyon e Bryce Canyon e un giorno intero lo toglieremo alla California.

2^ parte del viaggio: IL MITICO OVEST

10° giorno: domenica 12 agosto 2001: DENVER – GREEN RIVER

Finalmente siamo a Denver, l'Ovest americano ci aspetta. Il mito della frontiera, delle strade sterrate, degli immensi spazi, è sotto i nostri piedi. Non ci serve che un'auto e una canzone degli Eagles e l'Ovest è nostro. Raggiunto il parcheggio dell'Alamo e consegnati i documenti necessari ritiriamo l'auto e siamo pronti a partire. Per recuperare il tempo perduto dobbiamo fare più di 500 chilometri, attraversare le montagne rocciose e arrivare fino a Green River, nello Utah nei pressi dell'Arches national park. Imbocchiamo la Interstate 70 attraversiamo Denver dove si dice inizi il vero Ovest. E' straordinario perché quando sei a Denver se guardi verso Est vedi una pianura infinita, verso Ovest le imponenti montagne rocciose. Dopo più di 6 ore di auto (a seguito delle 3 in aereo) e tutti e tre gli autisti sfruttati arriviamo moribondi a Green River e, presa una camera al motel 6 del paese, non vediamo che il letto. Trascorriamo la nostra prima notte sotto il cielo dell'Ovest, ci troviamo ad una passo da parchi straordinari. Siamo nella terra degli indiani e dei pionieri, in uno stato grande più di metà dell'Italia con neppure 2 milioni di abitanti, nonostante la stanchezza c'è l'emozione per i posti che vedremo e le strade che percorreremo e la colonna sonora del nostro sonno sarà una vecchia melodia indiana.


11° giorno: lunedì 13 agosto 2001: Arches National park – Monument valley.

Prima sveglia nell'Ovest americano. Abbiamo dormito pochissime ore, ma dobbiamo svegliarci molto presto. Molti sono i chilometri da percorrere e molte le cose da vedere. Chiediamo a Jimmy (sonnolento portiere del motel) di indicarci un posto dove consumare una gigantesca colazione. Dopo due giorni terribili finalmente siamo rilassati, anche grazie a uno stupendo piatto pieno di uova bacon e patate, succhi di frutta e caffè. Il buon Jimmy ci ha suggerito un ottimo posto (da urlo anche la cameriera; bella, timida e molto americana). Dopo un'ora siamo già dentro l'Arches National park. Restiamo a bocca aperta per la bellezza selvaggia e solitaria di questo parco; l'orizzonte è infinito, il silenzio è totale, l'unico rumore è il fruscio del vento, siamo tutti zitti soli con i nostri pensieri stregati da questi luoghi. Ci spostiamo due o tre volte con l'auto per raggiungere i posti più interessanti per proseguire poi a piedi. In sequenza raggiungiamo parecchie meraviglie della natura: nel sentiero percorso a piedi incontriamo vari archi formati dall'acqua e dal vento con una lenta ma inesorabile erosione, fino ad arrivare al simbolo del parco il landscape arch, il più lungo arco naturale del mondo. Purtroppo dopo un paio d'ore il tempo peggiora ed arriva addirittura la pioggia. E' comunque già parecchio tardi e in serata dobbiamo arrivare alla Monument Valley (circa 200 chilometri più a Sud). Imbocchiamo la highway nr. 191, una delle strade più spettacolari d'America che attraversa lo Utah e l'Arizona da Nord a Sud fino a morire al confine con il Messico. Sfioriamo Canyonlands, una delle tappe annullate a causa dei giorni persi e abbiamo la sensazione di perderci qualcosa di straordinario. Dopo il pranzo ad un Denny's qualche chilometro a Sud di Moab riprendiamo il nostro viaggio. Il tempo peggiora sempre di più e si trasforma nel volgere di pochi minuti in un autentico nubifragio. Arriviamo a Monticello, anonimo paesino in mezzo al nulla, dove la 191 incrocia la 666 che porta alla Mesa Verde e la pioggia ci da una tregua; ci fermiamo per sgranchirci le gambe e per cambiare l'acqua ai pappagalli. Monticello è un esempio tipico dell'Ovest americano; queste piccole cittadine di provincia possono trovarsi a ore di macchina da altri centri abitati di un certo rilievo. Per noi europei è sorprendente e spiazzante l'impatto con un paese che ha nelle grandi distanze e negli spazi sconfinati le sue caratteristiche più marcate; in questi altipiani immensi si riesce a vedere all'orizzonte la rotondità della terra. Mi rendo conto di essere quasi impreparato a queste solitudini e a questi immensi silenzi; la vita di città ci ha costretto a fare l'abitudine a caos e rumore, e come tutte le abitudini col tempo ci diventano indispensabili. E' per questo che quando ci troviamo in posti come questi, dove i silenzi, gli spazi e le solitudini regnano sovrani, ci sentiamo a disagio fino a provare addirittura quasi un malessere fisico; non siamo più protetti dalle nostre abitudini.
Ripartiti da Monticello dopo circa una trentina di miglia abbandoniamo la 191 e imbocchiamo la 163, la highway che non dimenticherò e sicuramente ripercorrerò. Il paesaggio è quello dei film western, siamo nella riserva indiana dei Navajo ai quali il governo degli Stati Uniti ha donato (dopo essersi preso tutto) la vicina Monument Valley. Rivivo le migliaia di immagini viste in film e fotografie, ma stavolta io sono qui e queste sensazioni mi resteranno per sempre impresse nella mente e nel cuore. In questi luoghi immutati nel tempo si fondono insieme il mito della frontiera di ieri (quella dei pionieri) e quella di oggi (quella di Easy rider e prima ancora quella di Jack Kerouac e ora la mia); lungo questa strada nella mia mente si incrociano le canzoni degli Eagles e le pagine di “On the road”, il mito del vecchio West e una nostalgia di fondo, mia personale, struggente e malinconica: quella per le cose che non si sono vissute, per il tempo che trascorre e i tempi che cambiano. E con la convinzione ormai perduta che con un viaggio nei luoghi sempre sognati inseguendo generazioni ormai passate, si possa trovare quello che si cerca percorrendo parallelamente ad una strada un tragitto del proprio cuore. In fondo un po' tutti siamo alla ricerca di qualcosa che forse (o sicuramente) non troveremo mai. Credo che in fondo ad ogni rettilineo e al di là di ogni curva (come da un bellissimo libro di Alex Roggero) oltre ad inseguire il fantasma del blacktop (il manto nero dell'asfalto, simbolo e spirito delle strade americane), ognuno di noi cerchi la propria disillusione.
In balia di questi pensieri e dopo circa mezz'ora di strada attraversiamo l'ultimo paesino prima della Monument: Mexican Hat (così chiamato per una roccia a forma di sombrero messicano). Il paesaggio diventa sempre più selvaggio e spettacolare e dopo un po' di miglia iniziamo un lungo rettilineo con la Monument Valley sullo sfondo e ci fermiamo per immortalare con foto e riprese. Credo che siamo nel tratto di strada in cui si ferma Forrest Gump dopo aver corso per tre anni in giro per l'America. Arriviamo fino all'entrata e proviamo a cercare un posto per dormire all'interno ma essendoci solo un albergo di camere disponibili neppure l'ombra. Ritorniamo allora indietro a Mexican Hat dove troviamo due camere in un delizioso motel sulle sponde del San Juan river. Andiamo a mangiare in un posto stupendo; un vecchio ristorante con un imbronciato cow boy che cuoce bistecche su una griglia dondolante e due pentoloni di fagioli sulla stufa. Mangiamo all'aperto sorseggiando una birra fresca e godendoci uno stupendo tramonto che trasforma le rocce in un rosso vivo; una serata indimenticabile. Purtroppo abbiamo lasciato macchine fotografiche e videocamere in motel, quindi tutto questo resterà, indelebile e struggente, solo nei nostri ricordi. Andiamo a dormire a notte inoltrata, dopo aver trascorso un po' di tempo sdraiati a sentire il rumore del San Juan River. Domani nella mattinata ci aspetta la visita alla Monument Valley e nel pomeriggio il viaggio per raggiungere il Grand Canyon.

12° giorno: martedì 14 agosto 2001: Monument Valley – Page.

La sveglia è implacabile alle 6.30. Dopo una veloce colazione ci dirigiamo verso la Monument sulla strada già percorsa la sera prima. Arriviamo giusto in tempo per ammirare l'alba con i raggi di sole tra i celeberrimi faraglioni. Con una specie di jeep aperta da 8 posti (con noi 6 ci sono due giapponesi) iniziamo la visita che durerà circa due ore e mezzo. L'autista è un vecchio indiano navajo (qui è tutto gestito dagli indiani) che riesce a farsi capire parlando lentamente. Arriviamo prima al John Ford point (luogo intitolato al famoso regista) da dove si ha una panoramica completa e straordinaria. Al di sopra vediamo le 3 sorelle: tre rocce molto simili che a me ricordano di più una mano con sole tre dita. A piedi attraversiamo anche un lago in cui si specchiano le rocce di fronte, e all'interno di una piccola grotta dei vecchi graffiti indiani, con disegni raffiguranti la vita quotidiana dei Navajo. Alla fine del giro ci fermiamo ad ammirare le antiche abitazioni degli indiani. Sono delle costruzioni in fango e paglia (molto resistenti); assomigliano alla lontana ai “casoni”, abitazioni tipiche della zona litorale tra Venezia e Lignano Sabbiadoro.
All'interno assieme ad una giovane Navajo, che gestisce il negozietto improvvisato di manufatti indiani, troviamo una vecchietta quasi centenaria che per oltre mezz'ora ci delizia raccontandoci vecchie storie di lei e della sua gente. Nello sguardo si nota un velo di tristezza, quello di un popolo di fieri e indomiti guerrieri ridotti a vivere della carità di chi è arrivato secoli dopo di loro. Ci dice che attualmente all'interno della valle vivono circa 6.000 famiglie. C'è una scuola per i ragazzi e tutte le abitazioni (quasi tutte catapecchie di plastica o vecchie roulotte) sono prive di luce elettrica (che all'interno della Monument non arriva). Questo piccolo numero di Navajo riesce ancora a vivere come oltre cento anni fa; ma la maggior parte ha cercato fortuna lontano nelle grandi città; trovando per lo più discriminazione e alcool. Quest'ultimo negli ultimi anni si è trasformato in una vera e propria piaga ed è tra le maggiori cause di morte tra gli indiani. Salutiamo la simpatica vecchietta e ci accingiamo a salutare la Monument Valley. Questo posto straordinario mi resterà sempre nel cuore. Penso che difficilmente si possano trovare molti altri luoghi che siano in grado di dare le emozioni che ho provato qui. I profondi silenzi, le solitudini e gli orizzonti infiniti rendono questa valle magica e magnetica e vecchie melodie indiane risuonano come a farci ricordare la storia sanguinaria di queste terre. L'uomo bianco è riuscito a sterminare gli antichi abitanti, ma non riuscirà mai a cancellare i loro spiriti che ancora aleggiano lungo i faraglioni. I miei pensieri lungo la strada in direzione Kayenta (Arizona) sono rimasti ancora per lunghi minuti all'interno della valle e negli occhi della vecchia indiana. Arriviamo a Kayenta verso mezzogiorno e ci tuffiamo dentro il primo Mcdonald's. Mangiamo qualche hamburger in tempi minimi, ci aspetta infatti un lungo tragitto per raggiungere il Grand Canyon. Dopo aver fatto il pieno imbocchiamo la 160 sapendo che per oltre 150 chilometri non vedremo che deserto. La 160 è un lungo rettilineo percorribile anche senza il volante e senza i freni da Kayenta fino a Tuba City. Incrociamo pochissime auto e neppure una casa, ma il paesaggio e straordinario. Dopo un paio d'ore arriviamo a Tuba City assolata e sonnolenta cittadina di provincia; viene considerata la città capitale della tribù degli Hopi, la cui riserva molto più piccola confina con quella immensa dei Navajo. Gli Hopi sono sempre stati degli inermi agricoltori, la loro sottomissione si rivelò una pratica piuttosto semplice per i conquistatori. Anche adesso la loro riserva continua a rimpicciolirsi a favore dei Navajo.
A Tuba City troviamo un grosso supermercato e ne approfittiamo per ripristinare le nostre riserve di acqua. Ci resta un'oretta di strada per raggiungere il Grand Canyon. Purtroppo dopo un giorno di tregua il tempo non promette nulla di buono.
Arrivare al Grand Canyon necessita di un minimo di preparazione. La sua immensità è qualcosa che ti prende per la gola e non ti lascia respirare. Non puoi fare altro che stare in silenzio e ammirare quello che la natura è in grado di creare. E' talmente immenso da sembrare finto e irraggiungibile. Lontano nel fondo ammiriamo il Colorado river, l'artefice insieme al vento di questa inimitabile opera d'arte. Andando in direzione del Visitor center ci fermiamo in più punti panoramici e Diego si diletta in pericolose discese vicino allo strapiombo del canyon con Federica che inutilmente cerca di dissuaderlo. Alessandro visto il luogo mistico ha i capelli come Gesù di Nazareth (vedi foto di gruppo). Dopo circa un'ora arriva purtroppo l'immancabile pioggia nostra fedele compagna di viaggio. Io e Alessandro ci chiudiamo dentro l'auto mentre gli altri sono al visitor center per prenotare un motel a Page.
Ripercorriamo a ritroso la strada già fatta sperando che nel frattempo cessi di piovere. Arrivati vicino all'uscita verso la highway 32 ci fermiamo in un bar – bazar per rifocillarci e acquistare dei souvenir (proprio roba da turisti). Questa fermata si è poi rivelata un autentico colpo di fortuna. La pioggia è cessata e, anche se con un vento particolarmente freddo, abbiamo assistito ad uno dei tramonti più belli mai visti e neppure immaginati. Auguro a chiunque di poter assistere ad un tramonto sul Grand Canyon appena finita la pioggia con arcobaleni e orizzonti strepitosi. Usciamo dal parco in direzione Page con alle spalle le luci di un crepuscolo straordinario.
Dopo una giornata massacrante arriviamo distrutti a Page verso le 22 e, sistemati i bagagli al Motel 6 (veramente carino) affamati e assonnati ci fondiamo verso un Pizza hut. Divorata una quantità industriale di pizza e ingurgitato qualche litro di birra l'unico posto adatto a noi è un materasso. Ci prepariamo per la notte con la senzazione di aver vissuto una di quelle giornate della vita che sono destinate a rimanere irripetibili. Domani ci attende un'altra giornata tutt'altro che riposante con destinazione finale Bryce Canyon.

13° giorno: mercoledì 15 agosto 2001: PAGE – PANGUITCH

La sveglia per una volta non è all'alba ma verso le 8. Nonostante la pizza della sera stia ancora girovagando per i nostri stomaci siamo affamati. Troviamo un posto gestito da indiani dove, essendo giorno festivo, un discreto numero di americani a Page per il weekend con tanto di barca al seguito stanno consumando le loro colazioni (il lago Powell, grandissimo e con scenari notevoli, è meta nei fine settimana per molti americani). Io, Alessandro, Diego e Simona 1 come al solito optiamo per una colazione tipicamente americana e ipercalorica con notevoli ripercussioni sul fegato. Conclusa la laboriosa pratica culinaria, prima di partire in direzione Bryce Canyon andiamo a vedere la grande diga sul lago Powell. Al Visitor Center io e Diego, forse per l'aria festosa del ferragosto, ci divertiamo come pazzi e con atteggiamenti piuttosto ambigui. A proposito la foto di Diego del lago è venuta piuttosto bene forse anche per merito mio. Il lago visto dall'alto della diga è stupendo e gli scenari sono proprio quelli di un film Western. Andando però successivamente verso la riva scopriamo che è fortemente inquinato, tanto da essere vietata la balneazione. Rinunciato alla gita in barca per il costo non elevato ma proibitivo, siamo pronti per raggiungere il Bryce Canyon che si rivelerà l'ennesima tappa strepitosa di questo viaggio. Imboccata la highway 89 dopo alcuni chilometri passiamo il confine e entriamo per la seconda volta nello stato dello Utah. Dopo circa mezz'ora raggiungiamo Kanab, piccola cittadina che per i suoi scenari naturali è stata utilizzata come set cinematografica di moltissimi film Western, tanto da essere chiamata “the little Hollywood”. Entriamo in un negozio particolare in quanto nel retro troviamo un set cinematografico; con una tipica cittadina del west dell'800 con tanto di saloon, diligenza, barbiere e banca. Il negozio è molto particolare per il numero di articoli tipici in vendita. Dai Cd di musica country all'abbigliamento da vero cow boy (anche per i bambini). Dopo qualche acquisto riprendiamo la nostra strada. Come al solito prendiamo la quotidiana dose di pioggia e anche un ingorgo in pieno deserto. Dopo alcune ore arriviamo in prossimità del Bryce Canyon. Troviamo una camera in un grazioso motel a Panguitch. Lungo la strada abbiamo visto la locandina di un rodeo. Nonostante la stanchezza decidiamo di andare a vedere. Purtroppo arriviamo quando è già tutto finito. Delusi ci consoliamo con una enorme bistecca in una vicina steak house. E' una serata molto bella e fredda (d'altronde ci troviamo a oltre 2.000 metri di altitudine), il cielo spazzato da un vento leggero è un tappeto di stelle. Un'altra splendida giornata americana giunge alla sua fine. Questa terra da sempre sogno per intere generazioni offre continuamente grandi sensazioni, forse più che per una particolare bellezza per ciò che rappresenta e che ha rappresentato. Chi ama gli scritti di Kerouac dei suoi viaggi su e giù per l'America non può che provare una forte attrazione per la strada americana. La strada non sempre e solo una striscia di asfalto contornata da paesaggi. Molte volte può rappresentare molto di più: un ideale, un sogno, un'emozione, una storia vissuta o da vivere. Per Kerouac la strada rappresentava una fuga, sofferta e grandiosa, scintillante e miserabile dalla vita quotidiana e dalla società che lo opprimeva. Ancora oggi per molti può essere così; quando imbocchi una strada non ci deve essere necessariamente un punto di arrivo.
Tornati al motel puntiamo le sveglie ad un'ora terribile, le 5.30 !!! ma l'alba al Bryce Canyon è da non perdere.

 
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