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Racconti di viaggio: Cieli d'America (Parte 3/3)
Inviato da webmaster su ( letture)
 USA in generaleDiario di un viaggio attraverso gli Stati Uniti passando per 10 stati: Virginia, Maryland, Pennsylvania, New York, Massachusetts, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California Parte 3/3

Parte 3/3

14° giorno: giovedì 16 agosto 2001: PANGUITCH – LAS VEGAS.

Dopo l'implacabile suoneria telefonica automatica (ormai le odio) in una decina di minuti siamo già fuori per raggiungere il Bryce. La temperatura è terribile ( 7 gradi). Simona 2 è vestita come uno scalatore in prossimità della vetta dell'Everest. Ma l'alba che poco tempo dopo abbiamo ammirato ha ripagato la sveglia da caserma e la temperatura artica. Il Bryce Canyon è un parco relativamente piccolo se paragonato agli altri parchi americani. Io amo definirlo uno scrigno pieno di piccoli gioielli. E' bellissimo vederlo dall'alto; ma una camminata di un paio d'ore al suo interno ti lascia letteralmente a bocca aperta. La natura è senza ombra di dubbio il più grande artista di sempre. Le rocce appuntite e lavorate tanto da sembrare monumenti, le gole scavate dall'acqua e dal vento, il silenzio così intenso da diventare rumoroso, i boschi attraversati da piccoli sentieri e gli orizzonti che mettono il magone; questo in poche frasi è il Bryce Canyon visto e sentito da me. Sono convinto che nei posti in cui si passa o ci si ferma il vedere sia meno importante del sentire; un luogo, una città, un paesaggio, una montagna o un fiume se restano nel cuore è perché abbiamo sentito qualcosa di importante e profondo da restare scolpito dentro di noi. Verso le 10.30 finiamo la passeggiata appena in tempo. Il caldo e centinaia di turisti stanno prendendo d'assalto il parco. L'essere arrivati molto presto ci ha permesso di goderci queste 3 ore in perfetta solitudine. Adesso lasciamo campo libero alle orde di invasori. Riposandoci in un tranquillo boschetto nei pressi della nostra auto diamo un'occhiata alla cartina per scegliere la strada che ci porterà a Las Vegas. Dobbiamo ritornare all'Highway 89, prendere poi la 14 che attraversando le montagne ci farà raggiungere l'autostrada 15 con la quale raggiungeremo Las Vegas. Lungo la strada ammiriamo il red canyon (la sera prima al tramonto era qualcosa di fantastico), ci fermiamo per alcune foto a queste montagne composte da una terra rosso fuoco, veramente molto bello. Dal Red Canyon scendiamo verso la 89, la riprendiamo in direzione Kanab ( da dove eravamo arrivati), ma dopo alcuni chilometri imbocchiamo la 14; strada molto bella ma, attraversando le montagne molto lenta, impieghiamo infatti più di 2 ore per arrivare a Cedar City. Scendiamo verso il deserto del Nevada; a ogni chilometro la temperatura aumenta. Entriamo in Nevada verso le 14 e la temperatura è arrivata ormai a 48 gradi (al mattino eravamo a 7 gradi); a questo punto anche Simona 2 può togliersi il piumino. Ci fermiamo a mangiare a Mesquite a circa 120 chilometri da Las Vegas. E' subito chiaro che ci troviamo nello stato in cui le maggiori entrate economiche provengono dal gioco d'azzardo; infatti notiamo con un sintomo di disagio che Mesquite è un insieme di casinò-ristoranti nel mezzo del nulla. Ne scegliamo uno a caso e la lieta sorpresa sono i prezzi. Come anche a Las Vegas i prezzi per mangiare sono bassissimi soprattutto negli enormi buffet presenti all'interno di ogni casinò. A loro infatti interessa che la gente vada a giocare e a buttare i soldi dentro alle slot machine. Visto che il prezzo è forfettario (nel senso che una volta pagato puoi servirti di tutto quello che vuoi), ci ingozziamo come dei profughi bevendo buona birra fresca. Finito il luculliano banchetto cominciamo a temere l'uscita; considerando la temperatura esterna e quello che abbiamo ingurgitato potrebbe anche capitarci qualcosa di sgradevole. Ma dobbiamo arrivare a Las Vegas e quindi affrontiamo l'esterno subito aggrediti da un vento caldo come se avessimo un phon puntato sulla faccia. Raggiungiamo in tempo zero la macchina e riprendiamo l'autostrada. A metà pomeriggio siamo a Las Vegas, immensa città giocattolo dove arrivano annualmente più turisti che a Venezia (mi sembra 40 milioni all'anno). Nella periferia ci sono le zone residenziali e appare come una normalissima città, ma è lungo lo strip (la strada principale lunga una decina di chilometri che taglia la città in due) che si trasforma e diventa quella città piena di luci, alberghi e casinò che tutti conosciamo per averla vista in migliaia di film. Ci mettiamo subito alla ricerca di un albergo (a Las Vegas tranne il weekend è facilissimo trovare un posto per dormire visto il numero immenso di alberghi e motel). Dopo aver provato in un paio di alberghi troviamo due camere in un bel motel lungo lo strip di fronte a Treasure island (un albergo con davanti un enorme piscina con tanto di moto ondoso trasformata in un porto di una città caraibica dove ogni 4 ore si svolge uno spettacolo con due navi che combattono a colpi di cannone fino all'affondamento di una delle due). Ci sistemiamo nelle camere in attesa del tramonto sperando che la temperatura divenga più accettabile.
La serata, dopo una passeggiata, la trascorriamo al Caesar's Palace (albergo-casinò enorme creato sullo stile antica Roma), prima al buffet (soliti prezzi molto bassi) e poi a giocare al casinò 20 dollari a testa che ci dureranno circa un paio d'ore.
Las Vegas è sicuramente una città affascinante in quanto unica nel suo genere, ma per quanto mi riguarda merita giusto un passaggio di mezza giornata a meno di non essere maniaci del gioco d'azzardo.
Tornando al motel per trascorrere la notte decidiamo di saltare la visita alla Death valley prevista per il giorno dopo in quanto la temperatura sfiora i 50 gradi e temiamo anche per la tenuta dell'auto. Proseguiremo quindi per l'autostrada 15 attraversando il Mojave desert con destinazione finale il Sequoia national park.

15° giorno: venerdì 17 agosto 2001: LAS VEGAS - FRESNO.

Lasciamo Las Vegas nelle prime ore del mattino, la temperatura è già infuocata e ci attende un lungo viaggio fino al Sequoia national park (sono almeno 600 chilometri). Mi metto alla guida pronto ad affrontare almeno 3 ore di deserto; dopo 150 chilometri di nulla e qualche ghost town incrociamo la sonnolenta cittadina di Barstow dove ci fermiamo per fare benzina e per un caffè. Qui dobbiamo lasciare l'autostrada che prosegue verso Los Angeles e prendere la 58. Temiamo per la tenuta della macchina visto che la temperatura non accenna a diminuire. Unico obiettivo è di arrivare il prima possibile alla fine del deserto. Finalmente verso mezzogiorno cominciamo a vedere un po' di vegetazione, abbiamo infatti superato da alcuni chilometri la cittadina di Mojave la quale segnala l'inizio del deserto che porta lo stesso nome. Un'ora più tardi superiamo un gruppo di colline e scendiamo nella San Joaquin valley. A Bakersfield ci fermiamo per pranzare; dopo qualche ricerca troviamo un ristorantino all'interno di una graziosa villetta dove una gentilissima signora ci propone il menù del giorno. La San Joaquin valley è una fertile e enorme pianura che si estende da Bakersfield fino a Sacramento. Qui mi sembra abbiamo girato la famosa serie “La grande vallata” e il film “Il profumo del mosto selvatico”. E' in questa valle che si produce il famoso vino californiano esportato in tutto il mondo, senza contare la variegata produzione agricola. Il paesaggio è simile alla nostra pianura padana, ogni metro di terra è coltivato e il traffico è notevole. Nel volgere di poche ore di viaggio il paesaggio si è completamente mutato. Dai colori tenui del deserto al verde intenso della pianura. Da zone completamente disabitate e inospitali del deserto del mojave intervallate da sonnolente cittadine, a questa ridente valle dove la densità di popolazione è notevole e le cittadine si susseguono una dopo l'altra e appaiono laboriose e produttive. Percorriamo per un'ottantina di chilometri la highway 99 fino a Visalia per poi imboccare la 198 che ci condurrà alle montagne della Sierra Nevada. All'entrata il Sequoia Park ci lascia un po' interdetti; di sequoie neppure l'ombra e il paesaggio circostante e scarso di vegetazione e bruciato dal sole. Ci fermiamo al visitor center e prenotiamo il motel a Fresno, la temperatura è micidiale e le sequoie dove sono? Ripartiti e dopo almeno mezz'ora finalmente ci si presenta davanti agli occhi il paesaggio che ci aspettavamo; foreste di sequoie altissime e temperatura frizzante di alta montagna. Dopo aver fatto alcune soste arriviamo finalmente al generale Sherman l'essere vivente più grande (83 metri di altezza, 11 di diametro e 31 di circonferenza) e vecchio del mondo (3.000 anni). Purtroppo non abbiamo molto tempo in quanto sono le 18 passate. Percorriamo tutta la general Highway (che attraversa tutto il parco) fino a raggiungere un'altra famosissima sequoia: il generale Grant. Un po' più piccola ma altrettanto incredibile. Facciamo una passeggiata in questa parte del parco; con l'imbrunire camminare in mezzo a questi giganti è un'esperienza da non perdere, il tramonto trasforma il paesaggio in qualcosa di trascendentale e mistico. Più viene buio e più siamo attratti e spaventati da questo luogo magico e un po' timorosi riprendiamo la strada verso il parcheggio. Abbiamo vissuto uno dei momenti più affascinanti e intensi di questo viaggio, ma è ormai molto tardi e dobbiamo arrivare fino a Fresno; malinconicamente ci avviamo verso la macchina restii a lasciare questo parco rapiti ormai dalla sua struggente bellezza. Nella strada che scende a valle ci fermiamo a mangiare in un ristorante isolato ma carino; vista l'ora tarda per gli americani (sono quasi le 21.00) ci preparano solo degli hamburger. Arriviamo a Fresno molto tardi distrutti dopo una giornata massacrante; trovato il motel non vediamo che il letto. Domani ci aspetta una giornata allo Yosemite.

16° giorno: Sabato 18 agosto 2001: Fresno – Modesto

Ci alziamo come sempre ad un'ora terribile. Dopo la solita energetica colazione ci dirigiamo in direzione Yosemite. Non mi soffermerò più di tanto in quanto questa giornata è l'unica da dimenticare in questo viaggio. Il parco ci ha deluso profondamente, forse la stagione non era quella giusta. Abbiamo trovato un caldo terribile, la famosa cascata era priva di acqua come tutti i torrenti. Ci siamo chiesti se ci trovavamo in montagna oppure ancora nel deserto del Nevada. Dopo un pranzo veloce in un self service e una fugace passeggiata in boschi bruciati e tra torrenti in secca siamo tornati all'auto e, dopo aver prenotato il motel, diretti verso Modesto. L'arrivo prima del previsto ci ha permesso finalmente di riposare prima della cena. Finalmente riusciamo ad accontentare Simona 2 e mangiare al Kentucky fried chichen. A pasto consumato il giudizio su questa catena di ristoranti è ottimo. Purtroppo resterà l'unica esperienza in questo viaggio. Riusciamo ad andare a dormire ad un'ora decente delusi però da questa giornata. Ci addormentiamo con davanti agli occhi il Golden gate e l'isola di Alcatraz; le nebbie di S.Francisco ci aspettano, domani finalmente saremo in quella che viene universalmente riconosciuta come la città più libera e cosmopolita del mondo.

17° -18°-19° giorno: 18/19/20 agosto 2001: Modesto – S.Francisco – Monterrey.

Modesto è una tipica città di provincia americana. Grandi strade che l'attraversano e un susseguirsi di centri commerciali, motel e fast food. Gli americani hanno una passione sfrenata per i centri commerciali, e come tutte le mode statunitensi negli ultimi anni sono proliferati anche in Europa. Lasciata Modesto prendiamo l'autostrada che ci condurrà a S.Francisco. Dopo un paio d'ore eccoci in prossimità della famosa baia. Attraversiamo le città della baia tra cui Berkeley sede della famosa università da cui partirono negli anni '60 le rivolte studentesche dei figli della Beat generation, di quel sogno americano ormai svanito nelle nebbie di Frisco. Attraversando l'Oakland bay bridge vediamo una S.Francisco completamente coperta da nuvole e nebbia. Improvvisamente i 30 e passa gradi dei giorni precedenti si riducono in pochi minuti a circa 12 gradi. Sapremo poi da un gestore di un bar che agosto è uno dei mesi peggiori. Raggiungiamo il nostro travelodge all'angolo tra Van Ness avenue e Lombard street dove ci fermeremo per la prima volta per due notti. Nei 2 giorni trascorsi in questa straordinaria città abbiamo cercato di vedere un po' di tutto e i chilometri percorsi a piedi sono stati molti, i continui sali e scendi oltretutto non hanno reso il nostro vagabondare molto riposante. Tra tutte le grandi città americane questa è l'unica nella quale verrei a vivere subito. Ogni quartiere è diverso dagli altri. Dal financial district con i suoi grattacieli, Chinatown con il suo mix di Oriente e New Orleans, Castro il quartiere gay la cui esistenza rende Frisco unica al mondo, Mission dove si trova un pezzettino di Messico, la zona del porto di fronte all'isola di Alcatraz con i suoi moli dove gustare fantastico pesce fresco e Ghirardelli Square con la sua fabbrica di ottimo cioccolato, e infine North Beach il quartiere italiano dove arrivarono migliaia di immigrati italiani all'inizio del novecento; adesso la maggior parte di questi si è arricchita e si è trasferita in altre zone lasciando il posto ai cinesi che si stanno allargando a macchia d'olio dalla confinante Chinatown. North beach è un quartiere ideale per bighellonare, sempre molto movimentato e frizzante. Lungo Columbus avenue, la strada principale che attraversa il quartiere in diagonale, si trovano bar, ristoranti, panetterie e pasticcerie italiane e, cosa inusuale in America, si sente il profumo del pane appena sfornato. In questa strada abbiamo mangiato un ottimo piatto di spaghetti in un ristorante gestito da una famiglia originaria di Avellino. Antonio, il capofamiglia ci ha raccontato la dura vita degli immigranti. Sono arrivati alla fine degli anni '60 e i primi anni sono stati veramente duri; non conoscevano l'inglese e soprattutto arrivando da uno sperduto paesino del Sud Italia hanno faticato non poco ad integrarsi in una società così complessa e variegata. Ma con costanza e testardaggine hanno superato tutte le difficoltà fino ad aprire il ristorante che tutt'ora fa conoscere agli americani il vero cibo italiano. Abbiamo conosciuto anche Maurizio; meccanico di Trastevere immigrato da quasi quarant'anni. Non ha perso nulla del dialetto romanesco e si dimostra informatissimo delle vicende politiche e sportive italiane; ha nostalgia dell'Italia ma non pensa di tornarci. E' nata subito una grande simpatia tra lui e Diego; si sono intrattenuti discutendo per un tempo interminabile di calcio e politica. Distanti come tifo, Diego Juve e Maurizio Roma, si sono avvicinati per le comuni idee antiBerlusconiane. Proseguendo sempre per Columbus Avenue incrociamo parecchi bar e caffè in stile italiano; ritrovo negli anni '50 e '60 di poeti e romanzieri squattrinati che ruotavano intorno a Kerouac e agli altri grandi della Beat generation. Davanti a uno di questi caffè, il Vesuvio, ecco la city lights bookstore. Una libreria all'apparenza come le altre, ma resa leggendaria dal fatto di essere stata aperta da Ferlinghetti e dall'essere stata il punto di ritrovo di Kerouac, Ginsberg, Burroughs e gli altri Beat. Vicino alla libreria c'è una strada intitolata a Jack Kerouac; si tratta di un vicolo stretto, buio e maleodorante, una vera tristezza, Jack si sarà rivoltato nella tomba. Per me era strano trovarmi lì, in quel luogo dove affamato di esperienze e sprizzante di energia, Jack non fu il rappresentante e portavoce(come da più parti viene considerato)di una generazione di vagabondi sognatori, contestatori, cappelloni e drogati.Con i suoi libri e la sua vita egli creò dal nulla quella generazione infiltrandole quelle idee di libertà e di disperazione che non ebbero come capolinea gli anni '60-'70 , ma che sono più vive che mai ancora oggi per chi ha la fortuna e la voglia di avvicinarsi ai suoi libri. Strano trovarmi lì con cinquant'anni di ritardo aggredito da una tremenda nostalgia di qualcosa di mai vissuto… con in mente un mare di pensieri: “quanto avrei voluto conoscerli”. “Jack vieni, c'è una festa, non puoi mancare”. Mi sembra di udirne le voci…Negli ultimi anni di vita, consumata nell'alcool e nella solitudine, Jack si allontanò da Ginsberg e dagli altri, come risucchiato da quella parte borghese e perbenista di se stesso (trasmessa dalla madre) con cui aveva sempre convissuto e dalla quale aveva sempre cercato di fuggire. Con questi pensieri mi faccio scattare qualche foto ricordo sotto l'insegna della Jack Kerouac road. E' stata una giornata indimenticabile la prima a S.Francisco, anche per il clima e la temperatura (sempre terribilmente bassa). Nei 2 giorni trascorsi qui non abbiamo visto neppure un raggio di sole. Anche Chinatown merita una lunga passeggiata. E' veramente una città nella città, anzi, una nazione dentro una città; i cinesi sono laboriosi e si notano i ritmi di lavoro piuttosto elevati. Oltre ad un numero incredibile di ristoranti, ci si imbatte i una miriade di piccoli empori pieni zeppi di cianfrusaglie orientali, ed è tutto molto interessante e particolare. L' autonomia e l'indipendenza di questa comunità è praticamente totale, si sono creati tutto quello che serve e per loro non è necessario uscire dal quartiere, tutto quello di cui hanno bisogno lo trovano all'interno. Certo è che hanno trovato in S.Francisco una città (come quasi tutte le grandi città americane) tutt'altro che chiusa e razzista anzi aperta e disponibile a diventare sempre più multirazziale. Le nostre grandi città italiane sono ancora molto lontane da tutto ciò, gelose delle proprie tradizioni e diffidenti verso culture e religioni straniere, per un'integrazione di questa portata devono passare ancora molti decenni. Il quartiere di Castro rappresenta la comunità gay più grande e accettata del mondo. Qui “l'amore che non osa dire il suo nome”, per dirla alla Oscar Wilde, il proprio nome lo urla addirittura e tutto è alla luce del sole, senza menzogna e senza vergogna; un calcio al perbenismo di bassa lega ancora imperante in tutti i paesi del mondo. Abbiamo pranzato in un locale incredibile proprio nel centro del quartiere, sia nelle strade sia dentro il locale non vi era ombra di una donna; le uniche presenze femminili erano le nostre tre ragazze. Non nego che inizialmente eravamo un po' imbarazzati, ma vinto velocemente il disagio siamo riusciti a consumare in tutta tranquillità il nostro pasto e ad apprezzare l'eccezionalità di quanto stavamo vedendo e vivendo.
Chiunque vada a S.Francisco non può esimersi dall'attraversare il Golden Gate, sicuramente il ponte più famoso al mondo, confine tra la baia e il mare aperto. Il suo colore rosso si staglia sull'Oceano Pacifico ed è sicuramente uno dei simboli più importanti del grande sogno americano. Attraversato il ponte siamo arrivati a Sausalito, famoso borgo di pescatori, ma ci siamo fermati solo pochi minuti a causa di un vento terribile e freddo; comunque non mi è sembrato ci fosse nulla di particolarmente interessante. Dopo la seconda e ultima notte a S.Francisco il mattino siamo pronti per la visita ad Alcatraz. Incredibilmente è una stupenda giornata di sole con finalmente una temperatura estiva. Arrivati nei pressi del Pier 39 in attesa del nostro battello ammiriamo dal pontile centinaia di leoni marini rumorosissimi che giacciono pigramente in attesa di gentili omaggi da parte dei numerosi turisti. Ne approfittiamo per una foto con porto sullo sfondo e uno splendido sole (una delle cose più rare a S.Francisco). Devo dire che la visita ad Alcatraz è stata veramente indimenticabile. All'ingresso ci hanno consegnato le cuffie con registrata in italiano (caso più unico che raro) tutta la visita alla prigione. Seguendo le indicazioni si visita con calma e in modo approfondito ogni angolo di questo luogo leggendario. A differenza di come sembra nei vari film la prigione è molto piccola, al massimo gli “ospiti” furono meno di 300. I luoghi più interessanti sono sicuramente times square che è il fondo del corridoio principale con appeso un grande orologio, la cella di Al Capone che è uguale alle altre ma simbolicamente importante. Terrificante il “buco” che era la cella buia e umida in cui finivano in isolamento i più indisciplinati; e poi il famoso cortile con vista sulla baia e sul Golden Gate. Appena si entra ci si aspetta di incrociare lo sguardo freddo di Clint Eastwood. Ma quello che mi ha impressionato di più è la dimensione delle celle mostrosuamente piccole tanto che per andare a letto o spostarsi dovevano chiudere il minuscolo tavolino che unicamente al water costituiva l'intero arredo. Verso mezzogiorno finisce questa straordinaria visita e prima di dire addio (o arrivederci?) a Frisco mangiamo degli straordinari panini con granchio in uno dei moltissimi locali che ci sono lungo il porto. Finisce quindi con le gambe sotto un tavolo la nostra avventura a S.Francisco una città che non si dimentica e resta nel cuore, così diversa dalle nostre città europee. Con le sue nebbie, le sue strade sempre in discesa e salita, i suoi quartieri così diversi uno dall'altro come città nella città; la sua gente con un incredibile miscuglio di razze enormemente lontana dai nostri egoistici provincialismi. E poi la baia che si butta nell'oceano Pacifico a segnare la fine del grande paese, punto di partenza e nello stesso tempo di fine del sogno americano; per dirla alla Keruoac arrivati alla fine della frontiera non resta che tornare indietro. Salutiamo Frisco e ci dirigiamo verso Monterey imboccando la mitica highway numero 1 che costeggia tutto l'oceano dal Canada fino al messico. Una strada inconsueta con lunghi tratti a strapiombo sul Pacifico; l'ideale è proprio percorrerla da Nord a Sud per ammirare incredibili precipizi e fare un buon carico di adrenalina. Sembra che durante la sua costruzione vista l'enorme pericolosità per i lavoratori il governo americano utilizzò migliaia di carcerati (una buona idea anche per l'Italia). Scendiamo verso Sud sempre più rapiti dalla bellezza degli scenari e nel tardo pomeriggio ci fermiamo in un motel alla periferia di Monterey. Andiamo a mangiare nella città di Steinbeck (bellissimo il busto in sua memoria lungo la strada principale) in un invitante ristorante messicano in riva al mare. Dopo una passeggiata ritorniamo al motel; domani ci attende una delle tappe più lunghe fino a Los Angeles (più di 500 chilometri).

20° giorno: Martedì 21 agosto 2001: Monterey – Los Angeles.

Dopo una veloce colazione in motel partiamo alla volta di Los Angeles, l'incredibile metropoli lunga più di 150 chilometri. Volendo goderci ancora un po' di oceano commettiamo l'errore di continuare lungo la highway 1 invece di prendere l'autostrada 101. In parecchie ore non percorriamo che poche decine di chilometri e purtroppo fino a Morro Bay non è più possibile prendere l'autostrada. Lo spettacolo naturale continua però fino a toccare il suo massimo a Big Sur, forse uno dei pochi posti al mondo in cui fittissimi boschi collegano mare e montagna, gli ultimi pini e abeti toccano l'acqua dell'oceano. E qui che negli anni '50 e '60 si riunivano grandi scrittori e poeti presso la villa di Henry Miller. Anche Kerouac si rifugiò per parecchio tempo in questo paradiso per sfuggire a quella notorietà che non accettò mai e scrisse uno dei suoi ultimi libri intitolato proprio Big Sur. Ancora oggi lungo questa strada si possono vedere nostalgici autostoppisti che con i loro sacchi a pelo raggiungono questi luoghi della memoria di un'epoca letteraria irripetibile. Imboccata la 101 raggiungiamo S.Barbara nel tardo pomeriggio e ci fermiamo per una passeggiata sulla spiaggia. Sono circa le 5 ed è già deserta. Vorremmo fare un bagno nell'oceano ma scopriamo che l'acqua è veramente gelida. In questo mare paradiso dei surfisti (ne abbiamo visti a centinaia lungo il tragitto, tutti in attesa della grande onda) per fare il bagno occorre una lunga preparazione psicologica: “non è fredda, non è fredda….”.
E' tardi è ci mancano ancora 150 chilometri per arrivare a Los Angeles, e dobbiamo trovare un posto per dormire.
Verso le 20 stiamo percorrendo una delle tangenziali di Los Angeles. Orizzontarsi è veramente difficile: le distanze sono enormi e il traffico impressionante. Troviamo un bel motel non lontano dall'aeroporto. La zona non è proprio il massimo, e alla sera cambia completamente il panorama umano che è quantomeno preoccupante. Mangiamo in un locale tutt'altro che invitante vicino al motel e, stanchi per la lunga giornata e i chilometri percorsi appena finito raggiungiamo i nostri agognati letti. Un buon riposo è necessario, domani trascorreremo un'intera giornata agli Universal Studios.

21° giorno: mercoledì 22 agosto 2001: Los Angeles (Universal Studios).

Alle 8.00 siamo già davanti ai cancelli degli studios. Il biglietto è piuttosto salato (35 $) ma questo è uno dei posti che non si possono perdere. Appena entrati si capisce di essere entrati in uno dei posti in cui la finzione americana tocca uno dei suoi punti massimi. Ogni angolo ci riporta alla mente film che hanno fatto la storia del cinema: dallo squalo a terminator, passando per Jurassic park, ET e ritorno al futuro. Cominciamo con quella che per me rimarrà la parte più interessante della giornata. A bordo di un trenino su gomma partiamo alla scoperta degli studios, quelli veri dove si girano i film (infatti dal trenino non si può scendere). Si alternano esterni con villaggi western, l'America degli anni '20, foreste e il motel di Psyco. C'è la cittadina di Amity ville con un lago dove girarono parecchie scene dello Squalo; e, mentre lo attraversiamo un'enorme squalo (che sembra proprio vero) ci assale spalancando enormi fauci. Vediamo poi anche molti interni tra i quali una stazione della metropolitana che a causa di un terremoto viene completamente distrutta per poi ricomporsi in pochi secondi mentre ce ne andiamo. Nel resto della giornata giriamo tutto il parco senza perderci nessuna delle attrazioni e degli spettacoli, un vero tour de force, anche perché per ognuna dobbiamo affrontare lunghe code. Quindi eccoci solcare pericolose rapide a bordo di un gommone nel mondo giurassico; percorrere su una bicicletta gli straordinari scenari di ET. Tremenda la macchina di ritorno al futuro con i suoi viaggi virtuali. Tra gli spettacoli da non perdere Watergate e il cinema tridimensionale di terminator. E oltre a questi tante altre cose che fanno passare in un lampo l'intera giornata. Alla sera siamo veramente distrutti e io ho addirittura la febbre. Non avendolo provato a San Francisco vogliamo mangiare cinese e troviamo un ristorante proprio appena al di fuori degli studios. Risulterà essere la peggior cena dell'intero viaggio, forse anche perché stavo male, ma comunque il cibo cinese americanizzato è una vera schifezza.
Siamo ormai agli sgoccioli di questo viaggio straordinario, la stanchezza della vita on the road si fa sentire, ma il pensiero del ritorno alla vita di tutti i giorni è veramente terribile e un po' di tristezza assale un po' ognuno di noi. Con questi pensieri torniamo al motel per trascorrere la nostra terz'ultima notte americana. Domani percorreremo gli ultimi 200-250 degli ottomila chilometri in terra americana, da Los Angeles a S.Diego, dove venerdì visiteremo il parco marino di sea world e sabato prenderemo l'aereo del ritorno (Ahimè!).

22°.,23° e 24° giorno: 23, 24 e 25 agosto 2001: Los-Angeles-S.Diego-Detroit-Amsterdam-Torino.

Questa è una delle pochissime mattine in cui ce la siamo presa veramente comoda. Tanto dobbiamo solo arrivare a S.Diego. La malinconia di questi ultimi giorni sta contagiando anche il mio racconto che per questi due giorni finali sarà particolarmente stringato. Dopo la solita iper-calorica colazione (la tristezza non ha minimamente intaccato il solito bestiale appetito) e dopo aver percorso un'altra bella porzione di tangenziali eccoci sulla 5 direzione S.Diego. Anche questo tratto di strada è veramente spettacolare (soprattutto nei pressi di Oceanside) e il tempo è veramente magnifico. Anche se annebbiato dalla febbre e nel torpore del dormiveglia riesco comunque ad apprezzare una natura straordinariamente selvaggia .
Nel pomeriggio arriviamo a S.Diego dove ci concediamo un bel pomeriggio di relax. Alla sera per la cena andiamo in un Denny's e dopo una bella passeggiata per S.Diego tutti a nanna. Ci aspetta l'ultima giornata americana al parco di Sea World. La giornata al parco è stata molto bella in modo particolare dal punto di vista atmosferico. Eccezionali gli spettacoli dei delfini e delle orche; ma tra acquari e vasche abbiamo potuto ammirare moltissime altre specie marine e non. E' innegabile che tutti questi animali prigionieri e utilizzati per far divertire la gente fanno veramente una pena enorme. La giornata (l'ultima giornata americana) è volata via tra uno spettacolo e l'altro tra cui un bellissimo spettacolo di equilibristi direttamente sull'acqua; una miscela di salti, tuffi e peripezie varie, un insolito circo marino insomma. Purtroppo la sera è arrivata in fretta e il pensiero dell'ultima notte prima di tornare nel nostro mondo reale ci ha reso tutti un po' più tristi. Di questa giornata, forse complice la febbre, mi è rimasto un ricordo un po' velato, e non mi ricordo neppure cosa abbiamo fatto l'ultima nostra sera americana, ma forse è giusto così. E' normale ricordare con più fatica i momenti meno piacevoli; di sicuro ad un certo punto siamo andati a dormire, su questo fatto non ci sono dubbi come non c'è il minimo dubbio che nella tarda mattinata di sabato 25 agosto abbiamo nostro malgrado portato la nostra auto nel parcheggio Alamo dell'aeroporto di S.Diego; è stato un distacco veramente doloroso, con essa abbiamo percorso 5.000 chilometri attraversando posti meravigliosi che resteranno nei nostri ricordi. Allontanandoci con il pulmino le ho lanciato un'ultima occhiata, quell'anonima macchina era diventata ormai simbolo di un viaggio giunto alla fine; un aereo ci aspettava per riportarci a casa. Purtroppo ci sono momenti nei quali si desidera che una cosa non finisca mai; questo era uno di quei momenti. Questo viaggio tanto atteso aveva davvero superato le aspettative; nella mia vita si è rivelato un autentico giro di boa, per un'incredibile serie di fatti successivi che l'hanno cambiata n maniera definitiva sia in negativo che in positivo, con netta preponderanza del negativo. Per queste ragioni anche se in futuro come spero farò altri viaggi, la rilevanza simbolica di America 2001 rende questo viaggio inimitabile e insuperabile nel bene e nel male.
In un afoso pomeriggio di domenica 26 agosto un aereo della Klm proveniente da Amsterdam riconsegna a Torino e alla vita reale 6 vagabondi di ritorno dalla loro avventura, come sempre accade dopo molte ore di aereo e di fuso orario ci si trova in uno stato abbastanza confusionale e offuscato, che è fondamentale per attutire e posticipare a livello mentale l'accettazione della fine di un periodo eccezionale e la ripresa di un periodo normale (che corrisponde al 99,9% della nostra vita).


Conclusioni: spero di essere riuscito a trasferire su questo foglio almeno una buona parte di quello che è stato questo viaggio. La mia intenzione era quella di non limitarmi ad un freddo diario in cui sciorinare percorsi e luoghi alla stregua di un depliant di viaggi. Ho cercato il più possibile di trasmettere emozioni che sono la vera essenza del viaggio e del vagabondare. L'esserci riuscito almeno in parte costituirebbe per me motivo di grande orgoglio, ma il giudizio spetta a chi leggerà queste pagine. Spero inoltre di essere riuscito a trasmettere un po' della mia immensa passione per l'America, per le sue strade, i suoi deserti, le sue contraddizioni e perché comunque continua ad essere simbolo di un grande sogno; e i sogni sono necessari per la nostra vita come l'ossigeno per i nostri polmoni. Purtroppo il passaggio dei pensieri e dei ricordi dalla propria testa ad un foglio bianco non è cosa facile a meno di possedere il talento di un grande scrittore, quindi chiedo scusa per i sicuri errori grammaticali e di sintassi. Credo comunque di aver dato un po' di utili informazioni a chi avrà la fortuna di compiere un viaggio di questo genere. Il mio consiglio per tutti è quello di viaggiare per viaggiare; certo fermatevi nei posti di interesse turistico come monumenti, parchi naturali, grandi città e via discorrendo, ma provate anche ad imboccare una strada e andare, andare e ancora andare…bruciando dentro come un fuoco vivo, vi sentirete più liberi che mai senza orari e senza obiettivi da raggiungere, senza nulla di cui rendere conto e senza regole da rispettare, senza rimpianti e senza dolori; credo che questo sia quello che ognuno di noi sogna ogni mattina prima di iniziare una nuova e faticosa giornata, ma come ho già detto sopra i sogni..


 
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